In questi giorni, per le solite coincidenze del non esistente caso, o per dirla con le parole di Jodorowsky per quella imperscrutabile danza della realta’, mi trovo ad affrontare la lettura di un interessante libro sul tarantolismo (a proposito, consiglio l’acquisto e la sua lettura agli appassionati di pizzica pugliese e non solo: La danse du desir. Il resto del Tarantismo. Scorpione editrice Taranto) e a incontrare un manager aziendale canadese, che alla risposta sulla mia città italiana di provenienza, mi dice di conoscere le ascendenze etimologiche del nome Taranto, nonché le relazioni etnologiche tra i ragni della zona, i loro morsi e le conseguenze sciamaniche che si riversano nel ballo che dall’aracnide prendono nome. Stupefacente!

Dato il suo nome, la sua fisiognomica, i suoi atteggiamenti sobri, al limiti del flemma britannica, capisco che non e’ un italo canadese, e che quelle cose le conosce perché le ha semplicemente studiate, lette o forse sentite viste in un documentario o in qualche film. Non approfondisco oltre le sue conoscenze sull’argomento, causa lavoro e sua imminente partenza in aereo, glissiamo gli argomenti del pranzo su questioni più ingegneristiche per concludere un lavoro portato avanti per due mesi.

Torno a casa e comincio a riflettere sulla coincidenza, e sul fatto che un quebecoise conosca qualcosa su una danza che nella mia città e’ praticamente scomparsa e che grazie ad un revival che parte dai film di Winspeare (attraverso le reinterpretazioni moderna dell’officina Zoe’) ritorna alla luce sul panorama internazionale su circuiti cinematografici d’essai (ma non solo) e in patria venga oramai “distribuito” gratuitamente e con passione dai tanti ragazzi del Salento, che negli ultimi 20 anni, trasferendosi in massa al Nord nelle tante università al di là di Roma, hanno mantenuto attraverso questa danza, un legame viscerale e contiguo con la loro terra, che al tempo stesso la città di Taranto, e molte zone della sua provincia (a nord del Salento) hanno purtroppo quasi del tutto perso (esiste quasi solo e per fortuna ancora nei perimetri delle associazioni di folclore locale).
Ritornando al nostro libro, curato da un professore di filosofia del Liceo Archita di Taranto (Roberto Nistri, che non conosco di persona, ma di cui apprezzo questo lavoro), trovo un interessante punto, in cui convengo con lui: il tarantolismo oggi in piena epoca postindustriale non ha nulla a che vedere con in tarantolismo che si praticava qualche decennio fa, perché mancano i contesti in cui questa danza manifestava il suo valore. Se prescindiamo infatti dal fatto che parliamo di una pratica sciamanica (come più o meno ebbe a spiegare il grande studioso Ernesto De Martino ne “La terra del rimorso”) deviamo nel territorio del folclore, che per carità e’ una cosa nobilissima, ma diversa dalle valenze antropologiche, ma anche squisitamente culturali che questa danza aveva prima della seconda guerra mondiale in questa microregione.
Non mi addentrerò comunque in questo terreno che mi riservo di studiare e approfondire, chiedendo anche venia a tutti coloro che leggeranno e che hanno dedicato anni allo studio di questo fenomeno leggendolo sotto questa luce, ma vorrei entrare in qualcosa di diverso, più profondamente radicato alla mia città e alla sua trasformazione, nonché al legame che essa ha vissuto con la sua tradizione popolare.

A differenza del manager canadese, Taranto e’ conosciuta ai più in Italia e agli italiani, soprattutto per le sue acciaierie, prima ancora che per il suo porto militare. Le acciaierie una volta pubbliche, dal 1993 privatizzate, sono diventate dai fatidici anni sessanta, la chiave di cambiamento di un territorio, costiero e di entroterra, fatto di pastorizia, agricoltura, e pesca, che non viveva nell’opulenza, ma sicuramente nella dignità, anche se non dissociato dallo sfruttamento del latifondismo. In questa sua dimensione, questa terra viveva un rapporto ancestrale, lunghissimo, che percorreva attraverso i secoli un percorso di unità fino alla ricostruzione della città avvenuta nel medioevo, dopo la decadenza e la distruzione della Taranto filo-greca. Tenere ben presente questo elemento, e’ praticamente come tenere in mano il filo che sembra essersi smarrito. Con l’industrializzazione pesante che su Taranto (ma che anche nella vicina Brindisi) veniva decretato dai poteri centrali (unendo in un destino comune queste due città che gli antichi romani avevano posto in antitesi per poter meglio governare la regione) si compiva sul piano storico il taglio più cruento e drammatico sulla contiguità storica di questa terra. Quella drammatica decisione, se e’ vero che venne decisa altrove e catapultata su questa realtà, e’ altresì vero che venne maturata in seguito a tumulti pesanti che si verificarono negli anni 50 in città, quando un cantiere navale che dava occupazione a tanti operai, decise il ridimensionamento del suo stabilimento jonico. In pratica l’avvio verso l’industrializzazione la città l’aveva già avuto, seppur in un settore molto più vicino alla sua “natura”, ma poco in paragone a quello che avvenne subito dopo. In realtà a differenza di quanto ci hanno insegnato a scuola nelle ore di storia, tutto il Regno delle Due Sicilie si stava avviando verso la rivoluzione industriale nella prima meta dell’Ottocento, cosa che però l’Unita`interruppe bruscamente (solo per il Sud of course!)

dansdudesirCon quella scelta non si catapultò su Taranto solo una fabbrica, ma si trasformò quel territorio e la sua anima attraverso la “riconversione” (per dirla con una parola oggi di moda) dai lavori ivi presenti nella figura “moderna” dell’operaio. Ma c’e’ di più. Con la fabbrica e l’operaio compariva anche una visione di intendere la realtà (da parte soprattutto del popolo, non tanto della borghesia) alla luce di un positivismo e un ottimismo materialista che lì erano estranei, soprattutto tra gli strati popolari (sicuramente dal primo periodo postunitario alla seconda guerra mondiale). Per cui ad una riconversione di mansioni, avveniva una vera e propria conversione dei credi, che in quelle latitudini abbinava al culto cristiano mediterraneo, la pratica di questo “sciamanesimo magico”, molto radicato e collaterali a miti e simboli ancestrali che il positivismo ovviamente etichettava spocchiosamente con superstizione. In questo stravolgimento economico e sociale, c’e’ un po’ il sunto di due-tre secoli di una direzione industriale rivoluzionaria e occidentale, realizzati però in meno di un lustro. Non credo che Taranto sarebbe mai rimasta immune dall’industrializzazione (anche se molte zone del sud le si e´tenute ben lontane da essa, affinché dessero braccia e menti ad altre zone del paese), il fatto stesso che ci fossero dei cantieri navali e l’Arsenale della Marina, era una testimonianza di un cambiamento che in quella direzione doveva prima o poi avvenire. Ovviamente si può discutere sulla modalità con cui e’ avvenuto, ma non risolveremmo i problemi di oggi che lambiscono drammaticamente quella parte di Puglia. Forse dovremmo iniziare a parlare delle modalità con cui entrare in quel periodo che il professor Nistri definisce come postindustriale.

Definire come e quale sarà il periodo postindustriale di Taranto, vuol dire da un punto di vista materiale, fare in modo che le tante persone che in quella fabbrica ci lavora, vengano ovviamente “riconvertite” in operai, tecnici, dirigenti che dovranno ricondurre al ripristino delle condizioni ambientali di quelle zone i cui tassi di inquinamento sono noti a tutti (con relative incidenze tumorali sulla popolazione). Ma il discorso non si deve fermare sul solo piano materiale, se non si cambia anche sotto il profilo spirituale, il tutto resterà cosi come e’ e alla fabbrica si sostituirà un altro agente esterno che ci impedirà di evolverci come comunità.
A mio avviso riprendere il filo interrotto negli anni 60 del secolo scorso, con le proprie radici popolari vuol dire riprendere in mano un discorso di millenaria importanza, poiché un essere umano e una comunità che perdono l’indirizzo di partenza del proprio percorso (l’indirizzo di casa in pratica) sono inevitabilmente un essere umano e una comunità che difficilmente camminerà avendo bene in mente un indirizzo di arrivo

taranto1Una volta ripristinato tutto ciò (la provincia di Lecce ad esempio quei legami non li ha quasi mai persi essendo stata quasi immune al fenomeno della industrializzazione pesante), forse riusciremo a guardarci tutti quanti negli occhi e a decidere quale sarà il futuro dei nostri figli su quel territorio, avendo la forza di decidere noi stessi quale domani sia giusto per noi tutti, senza farcelo imporre ancora una volta lontano dalla nostra terra. Se non riusciamo a ricollegarci in primis a quella tradizione, i veleni materiali e spirituali resteranno sempre nei nostri terreni, circoleranno nei nostri corpi e nelle nostre menti però stavolta senza una danza e una musica capaci di farceli espellere.

Nel caso Taranto, vedo concentrato e condensato un pezzo importante di storia dell’Occidente, ma in pochissimi. A Taranto potrebbe spettare la funzione di un laboratorio non solo pugliese, per tramutare l’aggettivo “postindustriale” in uno nuovo molto più efficace ed identificativo capace di delineare una ben preciso orientamento per il futuro italiano, ed europeo. Nelle grandi sfide, si celano le opportunità per i grandi rinnovamenti e le rinascite!