La mia lunga storikea-lego-440x300ia d’amore (si fa per dire) con Ikea, iniziò in un incontro domenical-pomeridiano di una ventina di anni fa all’incirca. Era la seconda metà degli anni 90, e come si sa, al Nord le cose arrivano sempre prima, al sud Ikea ancora non si sapeva neanche cosa fosse. Io appena trapiantato dal Regno delle Due Sicilie, nella terra delle partite iva, sentii parlare i ligi piemontardi veri e presunti a Sabaudia City di queste meravigliose passeggiate in questo luogo dal nome filonipponico, in realtà ancor più nordico. Rimembro che all’epoca non c’erano ancora quelle merde di telefonini e Ipad e che l’accesso a internet era più limitato (infatti i giovani si dedicavano un po’ di più a giocare all’aperto e a corteggiare fanciulle), per cui nella vita c’era ancora un po’ di poesia e fantasia, non stavi subito lì a trastullarti col cellulare, se qualcosa non la sapevi. Per cui nei vaghi pensieri che riempivano la tua testa, a volte svolazzavi pindaricamente i su cosa potesse essere questa “Ikea”. E di lì fino al giorno in cui effettivamente ci andai fantasticai abbastanza su cosa potesse essere: un orto botanico, un parco giochi, un ex edificio industriale trasformato in sala da ballo etc etc.

L’impatto che ne ebbi fu alquanto bizzarro. Mi chiedevo: “Come mai la gente invece di andare a passeggiare per via Po, la domenica a Torino, preferisse andare a passeggiare in un magazzino di mobili?”. L’esoterico mistero mi si sta ancora disvelando a distanza di qualche lustro.

Da quel pomeriggio in poi, con Ikea ci siamo visti varie volte. Quando ero single, e precario, mi capitava purtroppo di andarci almeno una volta l’anno. Era un rapporto fugace e utilitario. Mi serviva una poltroncina, un comodino, lo spazzolone del cesso… boh ci facevo un salto in settimana (evitavo accuratamente il weekend), in tarda ora, e me la sbrigavo con poco e in poco tempo. Una sveltina insomma.

Le cose cambiarono appena conobbi la donna che è attualmente mia moglie, che per l’inesistente caso, è anche arredatrice. Da quel giorno Ikea è diventata una costante della mia vita, anzi direi che ci è entrata di prepotenza. In qualche modo Ikea è diventata una seconda famiglia, si però una seconda famiglia di suoceri, oltre a quella già ufficiale.

billy-libreria__0394565_pe561388_s4Capita così che di tanto in tanto si vada ad Ikea. C’è sempre una bella libreria Billy da comprare, un qualche scaffale, un qualche sgabello, un qualche cosa, che in realtà non serve, ma che devi comprare e piazzare in casa per ridurne la volumetria.

Di solito la giornata ad Ikea inizia (prendendo spunto dall’ultima volta andatici): si parte, direzione Milano (cosa che già mi da l’orticaria), solitamente il sabato poco prima di pranzo. Essì, perché ora questo fottutissimo posto ha anche nei suoi centri, uno squarzosissimo ristorante bucolico, che vende cibo apparentemente biologico. Pasta biologica, polpette biologiche, frutta biologica, acqua che sorgiva direttamente nel loro ristorante, prelevata, intubata e pompata dalle foci di un fiume che sgorga in un qualche fiordo scandinavo di sta cippa. Tu pensi di mangiare qualcosa di prelibato ma in realtà le lasagne sanno di truciolato al sugo, la milanese secondo me per il sapore che ha è impanata nella segatura, le patatine fritte sanno di legno, e sono fritte nell’olio estratto dalla corteccia degli ulivi, più che dalle olive. Dopo una mangiata di cotanta bontà, si comincia il giro… Wooww! Sfilata con carrello in questi posti ricreati ad hoc con i loro mobili scadenti… camerette da bimbi che sembrano parchi tematici, bagni in cui tra fare la doccia e lavarsi i denti c’è bisogno del semaforo, camere da letto che pensi è meglio dormire sotto il ponte. In questo giro, di solito dribbli mogli e fidanzate in evidente stato di libido schizofrenico, con mariti al seguito in tono catalettico, intenti a strascicare qualche sì di finto stupore, guardando il loro i-phone sintonizzato sul sito della gazzetta.

Apparentemente ci dovrebbero essere pochi bimbi in giro, poiché hanno anche un baby parking. Peccato che per poter entrare nel baby parking accettano bimbi che abbiano un’altezza tra 95 e 140 cm. Ora capisco che io sono basso, e di conseguenza i miei figli non saranno giganti, ma io 140 cm, li avevo forse quando ho cominciato la terza media, quasi in età da cresima diciamo. Da un punto di vista cristiano, è un’altezza importante direi… ma andiamo avanti.

I dolori, soprattutto economici, iniziano quando tu sei in quello che loro chiamano “il magazzino”: una specie di mercatino che sembra un incrocio tra un bazar nordafricano, e una bottega di fiorai svedesi. Lì vedi le donne che raggiungono l’orgasmo senza l’ausilio dell’essere umano di altro sesso. Cominciano a caricare nel carrello oggetti tra i più disparati: posate, bicchieri, pentole, portafiori, fiori (finti of course), i soliti immancabili quadri di New York (mi chiedo se la città di New York da tutti ‘sti quadri ne ricavi qualcosa come marchio registrato), spazzoloni, cuscini, borse di plastica marchiate Ikea… e via cantando. Poi ti tocca caricare a mano i mobili che hai scelto, in questi parallelepipedi involti in cartoni, sul tuo carrello già pieno, con bicchieri e forchette che ti cadono dappertutto.

Tu pensi, dai siamo alla fine…. Alla fine un cazzo!

Mentre ti dirigi verso la cassa, ci sono ancora sedie da giardino, a 1 metro dal traguardo. Vorrai mica non provarle? Ma si dai, un culo che si posa di qua, uno che si posa di là. E i mariti che spingono millimetricamente il carrello, in attesa di raggiungere il traguardo. E no… mancano ancora 20 cm, ed ecco lì, sulla sinistra, un bel posto in cui ci sono buste e buste di patatine chips di Ikea. Vorrai mica che tua moglie non le prenda…. Ed ecco infatti che ne accaparra due pacchi… “sai per i bimbi in macchina (hanno un sapore a metà tra il truciolato, la segatura e con il retrogusto allo zenzero)”.

cabriniSiamo alla cassa, quasi fuori dai. E qui mi sovvien in mente una volta che vedo alla cassa di lato alla mia, mentre carico 100 kg di questi pseudomobili,  Antonio Cabrini. Si proprio lui, il più grande terzino fluidificante della storia del calcio italiano, campione del mondo ’82, uno dei pilastri della Juve di Trapattoni. E’ un tuffo al cuore. Stento a riconoscerlo… mi dico: “Cazzo non è possibile che uno come lui, viva momenti difficili come quello attuale mio, come un comune ingegnere laureatosi in uno dei 3 sfigatissimi politecnici italiani”. Lo vedo, ha l’aria di chi è in totale paranoia, mentre di fianco sua moglie estasiata tra tutte quelle cianfrusaglie striscia con fare  elegante e decadente la carta di credito nel POS.

E lì capisci che la vita di noi esseri umani di sesso maschile, una volta sposati, chiunque tu sia, sarà marchiata a fuoco e per sempre da Ikea. Non puoi sfuggire!

Triste e solitario, ma non ancora final, dopo aver pagato, con la mente offuscata dai cross di Cabrini per Rossi e Boniek, vedo mia moglie che superate le casse, si avvicina a degli scaffali che vendono marmellata di lamponi, e sinistre polpette (quelle del ristorante)… da riscaldare e mangiare comodamente a casa. Credi che la tua giornata a Ikea sia finita, in realtà nò è ancora a metà.

Ti toccherà montare i mobili (e immancabilmente le viti di quella robaccia rovineranno le punte a tutti i tuoi cacciavite) e mangerai serenamente le polpette la sera, dopo aver fatto un tetris per metterli tutti in macchina, rischiando di fotterti gli ammortizzatori.

La notte del 24 settembre 2016, seguente al giorno traumatico ad Ikea dell’ultima volta, mi viene in sogno lui. Cabrini dico. Lo vedo con un basco in testa, la barba lunga che si incatena al portone di ingresso di Ikea urlando: “Uomini, calciatori e non, uniamoci contro Ikea, per riprenderci le nostre vite”. Vedo un gruppetto di uomini che alza le braccia al cielo (con pugni chiusi e/o braccia tese) e urla grida di liberazione al cielo. Più in là, con qualche secondo di ritardo un altro gruppetto segue nello stesso tripudio di gioia e rivincita (mi dicono che erano interisti, ma che davanti a queste cose, non c’è Moggi che tenga).

Se Ikea è il nostro suocerame di riporto al cubo, Antonio Cabrini sarà il nostro Simon Bolivar. Viva la libertà!