Lo scorso anno ho partecipato un po’ per vezzo un po’ per divertimento a varie “catene di Sant’Antonio” che giravano su facebook; in una di esse dovevo fare un elenco dei 10 libri piu’ belli letti. Come al solito, penso che per questi social, “giochi” di questo tipo siano una maniera piu’ o meno velata per avere aggratis notizie circa i nostri gusti e le nostre preferenze, per farne chissa’ poi cosa (nel migliore dei casi pubblicita’ mirata).

Qualche anno fa, prima ancora che facebook decidesse di schedarci in questo modo, avevo deciso di scrivere un post, in cui invitavo i miei lettori, a fare un elenco dei libri piu’ indigeribili che avevano approciato e di cui non avevano terminato la lettura (ovviamente avevo dato anche la mia lista, per chi e’ interessato, la puo’ trovare qui). A distanza di anni devo dire che se ne’ ricavo’ un bel ritratto di polpettoni indigeribili, alcuni dei quali fuori da ogni sospetto.

Oggi vorrei rifare la lista dei miei 10 libri piu’ belli, riportarli qui nel mio blog, perche’ se e’ vero che scrivo di tanto in tanto, il merito va soprattutto a quello che ho letto.  L’invito a fare altrettanto e’ esteso ovviamente anche a chi segue il blog, sperando di condividere pensieri ed osservazioni e magari venire a conoscenza di qualche chicca da poterci scambiare, sperando di non imbatterci in mattoni… ma si sa la lettura -e’ il piacere nel goderne- e’ una cosa molto intima e soggettiva.

gaddaQuer pasticciaccio brutto di Via Merulana (Carlo Emilio Gadda). Lo lessi nel 1996, sul finire delle scuole superiori, poco prima della maturita’ e lo considero per alcuni versi il mio primo libro dell’eta’ matura. Ricordo benissimo il motivo per cui decisi di leggerlo. L’autore, Carlo Emilio Gadda, era stato un ingegnere che si dedico’ con impegno alla scrittura e alla narrativa. Sentivo in quel percoso qualcosa di affine a quello che sarebbe stato il mio futuro. Il libro mi piacque poiche’ nonostante fosse scritto in una serie di dialetti, gerghi, linguaggi specifici (tecnici in alcuni casi), si lasciava leggere con piacere portandoil lettore nei meandri di quel caos chiamato « Roma », in quel periodo delirante chiamato «fascismo », in quel « mondo » provinciale, settario e classista che si chiama « Italia ». Un libro che mi ha insegnato molto e che mi ha aiutato a capire in che paese io sia nato. Il film che ne ricavo’ Germi (e che vidi molti anni dopo la lettura del romanzo) –qui– era ancora piu’ duro e schietto del libro. Imperdibile per capire come funziona(va) l’Italia, e di consequenza decidere di adeguarsi, sopravviverci, oppure capire con chi si avra’ a che fare se si decide di voler cambiar qualcosa, oppure come nel mio caso, darsi per vinto e decidere di andarsene (per periodi lunghi, o per sempre).

La-coscienza-di-ZenoLa coscienza di Zeno (Italo Svevo). In questo caso la lettura avvenne nel mio primo anno di universita’. Ricordo ancora il momento e la decisione dell’acquisto. Ritornavo a piedi dal Politecnico di Torino verso il mio collegio universitario in Via San Domenico. Mi fermai nella grande bancarella dei libri ubicata allora sotto I portici della magnifica e misteriora Piazza Statuto prima dell’imbocco in via Garibaldi. Vidi da lontano la copertina gialla delle edizioni Newton Compton, il libro era li’ per sole 1000 lire. Non esitati un istante, lo comprai al volo. Avevo studiato Svevo qualche mese prima alle superiori. La professoressa di lettere ed un mio amico del paese che leggeva molto, mi dissero che Svevo era una palla di dimensioni galattiche. Bene, decisi di leggerlo proprio per quei due pareri alquanto nagativi. Ed infatti come avevo intuito (conoscendo I due personaggi in questione) era un libro molto bello. Perche’ mi piacque ? Perche’ Svevo aveva capito tutta l’inutilita’ delle convenzioni e degli istituti che governano la vita e la societa’ e che molte volte fanno esse stesse vita e societa’ in un mondo dove non c’e’ piu’ spazio per fini ultimi ed ultraterreni. La scrittura fu la sua ancora di salvezza, e con quel libro prese tutti per il culo. Alla stragrande.

bufalinoDiceria dell’untore (Gesualdo Bufalino). Correva l’anno 1998, periodo in cui affrontavo il mio secondo anno di ingegneria, ospitato (si fa per dire) in un collegio di un ordine religioso (il precedente era stato un collegio di stampo laico che purtroppo chiuse i battenti causa scarsa redditivita’). Trascorsi in quella residenza il mio secondo e terzo anno di universita’. A distanza di anni posso dire tranquillamente, che studio a parte (ai soli fini di conseguire la laurea), furono due anni buttati nel cesso. Anni trascorsi tra « fratelli » che si azzannavano tra loro (molto gretti e per lo piu’ tutti dei veri spilorci) e studenti piemontesi di provincia che discorrevano essenzialmente di vino (se andava bene c’era qualcuno che parlava di calcio e di rock) e del weekend da passare al loro paesello. Io ed altri due meridionali, restavamo per ovvi motivi logistici in quel di Torino nel weekend, dato che i nostri paeselli erano a svariate centinaia chilometri di distanza (non che avessi tutta sta nostalgia di tornarci). In cotanta situazione, cominciai ad avere comunque nostalgia del Sud in generale.. non del mio in particolare. Era il Sud mitizzato, metafisico, letterario e per certi versi falso ma adorabile. Ricordo I pomeriggi trascorsi nella biblioteca di quel posto, l’unico anfratto dove mi sentivo a mio agio. Un di’ mentre studiavo svogliatamente Analisi Matematica II (una delle tante cose « inutilissime » fatte all’universita’) e colto da scoramento profondo lessi il libro di Bufalino che trovai quasi nascosto tra vari tomi della Jaca book (casa esitrice di stampo cattolico) presenti in quella enorme bacheca vetrata che conteneva quasi 4mila libri. Un affresco barocco sulla solitudine, immerso in una Sicilia ammaliante ed esotica, per non dire ai limiti dell’esoterico (inteso nell’etimologia del termine : per pochi) mi rapi’ per alcuni giorni e poi forse per sempre. «Di ricordi si guarisce, di ricordi ci si ammala ». Per me perenne sradicato quell libro fu come un sacro testo. Se ho finito gli studi in ingegneria e a Torino in particolare, lo devo a quel romanzo di Bufalino. Mi insegno’ come gestire la nostalgia e la malinconia senza farsi annientare da esse. Una lettura impegnativa, ma formativa.

borgesIl manoscritto di Brodie (Jorge Luis Borges). Non ricordo esattamente l’anno in cui lo lessi, ricordo invece bene la luce in cui fui immerso durante la lettura. Intensa, forte e bianca. Ritrovai quella scala cromatica, nel mio secondo viaggio in Argentina, anni dopo, mentre col il bus mi recavo a MardelPlata da Buenos Aires, il 27 dicembre del 2006. La luce era in entrambi i casi quella accecante dei meriggi estivi. Poteva essere l’estate del 2001, o quella del 2002, ai miei 24 o 25 anni. L’eta’ piu’ bella della mia vita. Mi stavo per laureare, o forse mi ero da poco laureato. Con quella raccolta di racconti, si apri’ una porta sul mio essere : L’Argentina, o meglio Buenos Aires. Le store di quei farabbutti o manigoldi ambientate a Palermo, Belgrando, Recoleta. Nomi che prima di allora non mi dicevano nulla, che grazie a Borges, assunsero le sembianze di anfratti della mia anima, ove ancora cerco rifugio dei momenti bui della mia vita. A distanza di pochi mesi da quella lettura, mi trovai a parlare di quelle pagine con due donne, tra le piu’ belle che abbia conosciuto, ma con cui non nacque alcuna relazione d’amore. Puro platonismo, cosi’ come e’ stato il mio rapporto con l’Argentina. Uno sfiorarsi ed accarezzarsi, senza mai baciarsi, senza mai fare l’amore, senza mai stare insieme piu’ di tre ore, senza trascorrere neanche un giorno sotto lo stesso tetto. Tre storie d’amore che « non » sono nate e « non » sono morte grazie a quelle pagine. Quando anni dopo ascoltai le parole di un ispirato Carmelo Bene in una vecchia puntata del MCS, capii la grandezza di quel libro, dei personaggi che vi erano descritti, di quelle tre « non » storie d’amore. « Noi siamo in quello che manchiamo ».

garciaCent’anni di solitudine (Gabriel Garcia Marquez). Estate 2004, ero nel mezzo del guado chiamato dottorato di ricerca, fatto in totale svogliatezza e in totale assenza di un mentore che mi guidasse (quello che per dirla in stampatello e’ il relatore/tutor). Ancora una volta un libro mi estrasse dal vuoto piu’ totale. Tra i ricordi piu’ belli, le descrizioni dell’albero ova trovava rifugio quel malandato generale puttaniere di Aureliano Buendia. Nulla in comune con questo personaggio fittizio, se non la solitudine e quell’assistere molto spesso alla vita, come se fosse un film su uno schermo lontano. L’eleganza del distacco, che molto spesso e’ solo angoscia del vivere. Cosi’ vicini, cosi’ lontani. E poi quella lettura sotterranea: il secolo come simbolo delle radici, in un tempo e in una condizione storica, che ha deciso che la parola « radice », cosi come la intendeva Garcia Marquez, e molto piu’ finimente Simone Weil, sono diventate una bestemmia.

tolosaIl processo di Tolosa (Carlo Sgorlon). Incontrai questo libro nella biblioteca di London Ontario, mentre vivevo in Canada, inverno 2011. Per resistere alla maledetta nostalgia della fottuta Italia, trovavo saltuariamente rifugio in questo locale, che tra i suoi scaffali, aveva tre scomparti di libri italiani, di autori a me per lo piu’ sconosciuti (come lo era Sgorlon, prima che leggessi questo libro). Prendere ogni tanto un libro in italiano e leggerlo, calmava i miei tormenti in quei nevosi inverni nordamericani. “Il processo » mi fece conoscere questo autore, che con leggerezza scriveva di cose alquanto “pesanti”. Un compendio di rimandi e appigli per muoversi all’interno della magia e nella fanfarroneria che e’ il mondo dell’esoterismo. Ma la cosa che piu’ mi ammalio’ di questo scrittore, fu quell’aria di « confine » che vi si trova, lui nato e vissuto sempre in Friuli, la terra di mezzo per eccellenza. Quale metafora piu’ forte per chi e’ perennemente aggrappato ad un confine e da esso lacerato, se non la rappresentazione del mondo « dell’esoterismo ». Anni dopo lessi il Pendolo di Focault di Umberto Eco, li’ capii ancora di piu’ la grandezza di questo autore e di questo suo romanzo oscuro e sconosciuto.

la capriaNapolitan Graffiti (Raffaele La Capria). Se il pasticciaccio e’ il primo libro della maturita’, questo e’ sicuramente quello del «Nel mezzo del cammino di nostra vita ». Il primo mi apri’ gli occhi sull’Italia, il secondo mi apri’ gli occhi per sempre su Napoli, citta’ che ho amato per compensazione a Torino, mitizzandola. Il libro fu uno schiaffo di quelli che ti fanno diventare grande in un colpo. Un napoletano che scriveva dell’autoreferenzialita’ e della vena autoassolutoria che a Napoli vive incontrastata e sovrana dal 1799, per passare indenne al 1860, per finire ai giorni nostri. C’e’ sempre uno stato altro, uno straniero, un qualcuno di esterno che e’ venuto a distruggere quell’orticello beato del paradiso perduto chiamato prima Napoli, poi Meridione, ora Italia. Lessi il libro nella primavera del 2012, pochi mesi prima di tornare in Italia. Se l’avessi capito in pieno, non ci avrei fatto ritorno. P.s. nei miei anni a Torino, scoprii come l’insulto rivolto ai meridionali fosse Napuli (rivolto anche a chi magari era siciliano o pugliese, quindi avesse poco a che spartire con Napoli) e non terrone. Con gli anni e grazie a questo libro ho capito l’inconscio perche’. I torinesi di origine e di adozione, hanno paura di guardarsi allo specchio e scoprire che anche loro in fondo, hanno gli stessi difetti di coloro che disprezzano: autoreferenzialita’ e vanto di primati bizzarri. L’insulto del proprio speculare, per sentirsi fittiziamente diversi e migliori.

dumasIl conte Di Montecristo (Alexandre Dumas). Entra per il rotto della cuffia tra i miei preferiti. Fu uno dei pochi libri che lessi con un piacere intenso e sottile, e con la voglia di arrivare a sera, mettermi tra le coperte e farmi avvolgere dalle sue pagine. Credo che il romanzo d’appendice di Dumas abbia diversi piani di lettura, e che l’avventura sia solo la maschera dietro cui si celano reconditi significati. Non parlo neanche del piano storico ed etico, ma qualcosa di piu’ profondo e sotterraneo. Non riesco a giustificare altrimenti, da un punto di vista razionale, cosi tanta impazienza e voracita’ nel volerlo finire, godendone ogni singola pagina.

asiaIn Asia (Tiziano Terzani). Gli anni di precariato torinese (2003-2010) sono stati alla fine anni di letture formative, introspezione, apertura verso mondi lontani, riflessione e crescita. Il numero di romanza letti e’ stato piuttosto basso, mentre lo spazio dedicato alla saggistica e alle letture di psicologia molto ampio. A meta’ strada tra la saggistica e la saggezza (cercata, mai appresa) si colloca questo libro di Terzani, uno tra i tanti costruiti grazie ad un collage di suoi articoli, redatti durante la sua vita di giornalista trascorsa in Asia. Perche’ Terzani e perche’ questo libro ? Perche’ il reporter toscano ha sempre visto l’Asia con il rispetto e il riguardo per chi piccolo scopre il mondo davanti a se’. La gioia della crescita e dell’apprendimento. Terzani scriveva e viveva come un bimbo che si stupisce ad ogni minima scoperta, lui che arrivo’ in Asia quasi trentenne cercando la gloria di Mao e ne fu immediatamente e irrimediabimente sopraffatto dalle delusioni. Decise pertanto di guardare a questo continente con gli occhi di se’ bambino, e alla fine trovo il suo se’ piu’ profondo. Commoventi le pagine dedicate a Giovannino Agnelli, incontrato in India, quando gli avevano prospettato la guida della FIAT, ma il cui destino aveva scelto un altro percorso.

Il libro dell’inquietudine (Fernando Pessoa). Ho riservato al decimo e ultimo posto, il libro che in realta’ avrebbe meritato il primo per ordine di importanza. Posso ammettere senza alcuna difficolta’, che se dovessi salvare un solo libro della mia libreria, l’unico che salverei e’ questo. Perche’ ? Difficile da spiegare, ma in quest’opera Pessoa concentra e condensa un po’ tutte le cose che ho descritto nei nove libri precedenti. Vi e’ la descrizione della meschinita’ umana (non solo italiana) come in Gadda ; la scrittura come ancora di salvezza al senso smarrito della vita come in Svevo ;  il ricorso ai ricordi come moto dell’anima : viaggiare stando in realta’ fermi, sempre a Lisbona, stanziale, cosi come lo era Bufalino nella sua Sicilia ;  la staticita’ davanti alla storia e l’attaccamento alle radici come in Garcia Marquez ; la scelta di rendere ermetiche alcune intuizioni sul senso della vita e del confine tra mondi reali e mondi eterici, come in Sgorlon ; l’analisi spietata ed obiettiva dei pregi e dei difetti della propria terra come in La Capria; il piacere del racconto come in Dumas ; la grandezza del farsi piccolo nel misurare e vedere il mondo come in Terzani.