Ho persoIMG_0857 il conto del numero di giorni di chiusura forzata dall’inizio di questa emergenza. Se le prime due settimane la cosa e’ stata piuttosto insolita e per certi versi sorprendente, il tascorrere delle terza e quarta settimana ha cominciato a farsi sentire in termini di inquietudine.

Qualche giorno fa ho letto un’ intervista a Cacciari, il quale alla solita stupida e banale domanda su cosa facesse durante la quarantena, da persona intelligente e pungente quale e’ (cosa che l’ha reso celebre ben oltre i suoi meriti di filosofo e sindaco) ha detto che di solito fa la cosa che immagino essere quella per cui e’ piu’ portato e cioe’: “Leggere”. Il nostro ha ammesso che si sta dedicando alla lettura di Tommaso Campanella, ma che una lettura portata avanti in una situazione di “nervosismo” non da gli stessi risultati di una lettura fatta in condizioni di distensione. Cosa che mi sento di condividere, seppur magari espressa non nei toni in cui immagino il nostro l’abbia manifestata. Cio’ nonostante, in tempi come questi, non e’ che di varianti ce ne possano essere molte. Se non si vuol restare incollati ed inebetiti dai media, specie quelli italiani, non ci resta che “leggere”, seppur alterati dal nervosismo.

A me e’ capitato in questi giorni di approcciare dei libri che avevo comprato tra il 2012 e il 2013, e che erano oramai intaccati dalla polvere e dall’umidita’ e che credo non avrei mai letto, se fossi stato in uno stato di leggiadria e liberta’. Non me ne dolgo, anzi ho scoperto cose interessanti (magari ne parlero’ in un altro post). Pero’, magia delle magie, mi sono lasciato trasportare dal periodo di “deserto” ed approfittando della gratuita’ del tubo, ho voluto avvicinarmi con riverenza ad uno dei fil piu’ “iconici” (aggettivo tra i piu’ abusati e tromboneschi, chiedo venia) del cinema italiano anni ’60: “Deserto rosso” di Michelangelo Antonioni.

zabriskie_point_37Quando si parla di Antonioni, tutti sappiamo che si tocca un punto piuttosto complesso e delicato del cinema italiano e non solo. E’ un autore che spacca, che lo si ama o lo si odia. Lo puoi prendere e lasciarti trascinare dal suo mondo di immagini e poche parole, oppure per contro e’ meglio lasciarlo stare. Personalmente, tutti i film che ho visto del regista ferrarese mi hanno sempre dato tanta inquietudine, ma proprio per questo li ho trovati fortemente gravidi di spunti creativi, momenti che mi hanno fatto toccare vette di lucidita’ che trascendevano le consuete soglie di veglia nel quale ero immerso. Definirlo un regista di simboli, con una vasta gamma di segni visivi, l’ho trovato sempre un tantino riduttivo, pur non negando che di segni e simboli, il suo cinema e’ ricco e senza eguali nel panorama italiano. Ma al di la’, credo ci sia anche un soffio di mistico nella sua opera, senza toccare le vette del divino, “accontentandosi” delle sfere  piu’ “prosaiche” del metafisico filosofico.

IMG_0847Lascio qui un aneddoto che si riallaccia al film in questione (abbiate pazienza ancora un po’, vi prometto che vi parlero’ del “deserto”). Anni fa per motivi di lavoro mi recai in un mastodontico stabilimento chimico in Friuli, la cui costruzione era riconducibile agli anni ’30. Durante la riunione di lavoro, i tecnici di quella fabbrica, per uno di quei bizzarri passi della danza delle realta’, di punto in bianco, tirarano fuori una penna USB e iniziarono a parlarmi della storia di quello stabilimento, ammettendo che proprio negli anni ’30, decennio di primo esercizio dell’opificio, il regime dell’epoca, aveva chiesto ad un giovanissimo regista ferrarese di realizzare un mediometraggio di promozione del sito. Il regista in questione era  l’allora ventenne Michelangelo Antonioni. Nonostante le incombenze della riunione, riuscimmo a vedere alcuni minuti del “video” salvati nella penna USB, Ne rimasi colpito. Per me che reputavo e tuttora reputo capolavori irraggiungibili “Blow-up”, “Professione Reporter”, Zabriskie point”, “Al di la’ delle nuvole”, quei pochi minuti furono fulminanti. Nel giro di non piu’ di cinque o sei inquadrature, si poteva ammirare la poesia dell’incomunicabilita’ che ha contraddistinto il cinema antonioniano nonche’ lo stridere plastico tra la volonta’  “pomposa” e “ottusamente ottimista” del commissionante, e la vena disincatata e distaccata del regista. Se dovessi riassumere in una frase il sunto di quel mediometraggio potrei dire: “la potenza metafisica delle macchine, che si distacca dall’uomo”. E’ una frase che sicuramente non e’ nuova e su cui non ho alcuna intenzione di porre diritti d’autore. Una frase su cui si sono scritte pagine gigantesche non solo del cinema, ma soprattutto della letteratura.

Tornando a casa in auto dal Friuli, mi tornarono in mente quei fotogrammi. Mi ripromisi di vedere appena possibile “Il deserto rosso”, il film che molto probabilmente era per sentito dire, il film che maggiormente si collegava a quel lavoro giovanile.

IMG_0835Quell’ “appena possibile”, si e’ trascinato avanti per anni, fino a pochi mesi fa, quando andando via dallo stabilimento di Dunkerque ove allora per lavoro ero uso recarmi, presi la strada per il ritorno a casa in Belgio, attraversando una vastissima area industriale, una delle piu’ grandi del Nord della Francia. Ricordo ancora con forte nitore, la sensazione che ebbi nel percorrerlo. Mi lasciavo alle spalle a destra e a manca serbatori sferici, le cui geometrie e dimensioni ben definite davano quel segno di intangibile e intoccabile. Colonne di distillazione che si lanciavano in cielo altissime ed esili, sorrette da  cavi metallici, sfidando le leggi di gravita’. Torri di raffreddamento che esalavano nubi di vapore, torcie industriali da cui di tanto in tanto colori sgargianti di rosso ed arancio, liberavano nell’aria forme di fuoco. Un paesaggio desertico mi circondava. Non vi era presenza umana alcuna. L’unico essere umano che attraversava quelle strade rasente i muri di quelle fabbriche ero io. In auto, solo, come attraversando territori  inesplorati del mio inconscio. Non vi erano operai, ne’ auto e nemmeno camion. Il silenzio era surreale ed interrotto a tratti dal rombo delle fiamme che uscivano dalle torcie come fossero tuoni improvvisi. Il paesaggio appariva lunare per non dire desertico, e il deserto in alcuni punti era rosso, come il deserto rosso che si puo’ vedere a Taranto, mia terra natale, a ridosso della grande fabbrica, carica di polveri ferrose.

IMG_0838Per un momento ebbi persino difficolta’ a capire se le immagini che si paravano dinanzi fossero reali o immaginarie. Ma fu proprio in quel momento che compresi come la linea di demarcazione tra reale ed immaginario sia labile ed effimera. Cosa c’e’ di piu’ immaginario e teorico di una equazione matematica che ha generato quelle forme, quei processi, e soprattutto ha reso superflua la presenza dell’umano in quei luoghi? L’automazione delle industrie, specie quelle chimiche, non e’ solo una necessita’ per limitare i costi del personale, ma soprattutto una misura di sicurezza per ridurre l’impatto che un’industria potrebbe avere su coloro che al suo interno vi lavorano.

In quei momenti l’immaginario dei numeri e delle equazioni per tanti anni studiate diventava reale, materializzandosi nel mondo fisico, ma data l’intangibilita’ di quelle dimensioni, quel mondo reale raggiungeva le vette del metafisico. Allo stesso tempo era valida anche la lettura opposta: quelle forme, e quelle macchine, potevano ridiventare numeri ed equazioni, ritrasformadosi e risgorgando nuovamente nel mondo dei simboli e delle convenzioni “esoteriche” della matematica e delle leggi della chimica e della fisica. Ed io ero li’ al centro di quella intersezione, completamente annientato.

deserto rosso 2Continuavo a veleggiare in quello scorrere visivo, mentale e fisico immerso in un luce che dato il tramonto si faceva sempre piu’ plumbea e proprio in quel momento si formarono nella mia mente i pochi fotogrammi  del “Deserto rosso” che conoscevo… era il fim rimasto li’ dall’essere visto, icnombente sulla soglia della coscienza.

Ebbene le attese non sono state tradite. Il film l’ho visto la settimana scorsa. Un film attualissimo, non solo per una questione autobiografica, ma mi sento di dire per una dimensione generale e storica, che ha confermato le miei intuizioni sulla dimensione metafisica (per eccesso) del mondo industriale. La grande fabbrica e’ la vera protagonista della pellicola. Apparentemente silente, si insinua minacciosa nelle vite di coloro che vi girano intorno come pianeti, lei che nei suoi bagliori e nei suoi sbuffi di vapore ne rappresenta il sole. Il suo ossimoro si palesa tra le geometrie perfette e i fumi sinistri dei suoi camini. Costringe Giuliana a vagare come un’anima in pena in un luogo simile ad un purgatorio terreno, dove non v’e’ spazio per la dannazione, ma solo un immobile spazio/tempo in cui e’ possibile la sola espiazione del male di vivere. Un anima ancora piu’ ferita perche’ avvolta da simili, che annientati dal grande mostro, hanno perso finanche la cognizione del dolore, oltre che quella della gioia.

Il deserto e’ un film lento, aderente piu’ che mai alla realta’ di queste settimane dove per la prima volta dopo tanti decenni, la velocita’ ha perso il suo valore. Un film che ci pone un dilemma: nel deserto di oggi, riesco a scorgere al di la’ della metafisica dei nostri spazi vuoti un senso che Giuliana non solo non riusci’ a cogliere, ma la cui ricerca la porto’ quasi all’annientamento?

In questi momenti “leggere” o “rileggere” Antonioni potrebbe risultare inquietante ed angosciante, ma proprio per questo un momento di possibile rinascita interiore.