Ennio Morricone è stato tante cose in una persona sola, e di solito questo stato molteplice dell’essere tocca a coloro che attraverso l’arte riescono a varcare confini emotivi, prima ancora che temporali e geografici, raggiungendo il superamento del confine più grande ed insormontabile per i più: il ricordo altrui delle proprie opere, oltre la vita fisica.

Chi più chi meno, anche tra coloro che il cinema l’hanno frequentato poco, ha nella propria colonna sonora “interna” un abbinamento con qualche stilema, brano, leit motiv di questo compositore. E’ questo è un merito gigantesco.

Per quanto mi riguarda, Morricone è stato soprattutto lo yin di Leone, il lato lunare dei suoi film duri e violenti, l’aspetto emotivo ed affettivo, umido ed allo stesso tempo etereo delle sue pellicole, il principio compensatorio allo sbilanciamento solare e marziale, caldo ed asciutto della poetica del regista romano, prematuramente scomparso molti anni prima di lui.

E’ ovvio che Morricone sia stato molto altro e molto di più: è stato il compositore delle musiche sublimi di “Mission”, l’autore del ritornello beffardo e malefico di “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, il supporto indispensabile e ineludibile per Tornatore per riuscire a trasformare una pinzillacchera in un affresco di intimismo ed esistenzialismo quale “La leggenda del pianista sull’oceano”… e potrei proseguire fino a domani… ma per me Morricone è lì, come dicevo.

Negli ultimi tre film di Leone (senza ombra di dubbio i suoi migliori) la memoria e il ripiego dei protagonisti nel loro tempo passato, assumono un valore che sfiora la trascendenza: i flashback di Sean in “Giù la testa”, così come quelli di Armonica in “C’era una volta il West”, vogliono essere momenti di catarsi, se non addirittura di redenzione, ed è proprio in questi frangenti, che la musica apre degli squarci narrativi che ti accompagnano su sentieri paralleli, dove vivono le emozioni, le intuizioni e le ombre dei protagonisti, lì dove torna a galla il loro lato affettivo ed emotivo, in parte nascosto ed inconscio, che fa da contraltare alla loro meschinità conscia, alla loro rabbia manifesta, alle necessità di rivalsa: l’amore di Sean per la sua donna e i suoi amici nel primo caso, il ricordo della tormentata infanzia di Armonica nel secondo. La musica si fa traghetto e coperta, per un viaggio che travalica lo spazio/tempo per finire in territori inesplorati. Poche volte le musiche di un film hanno potuto tanto, almeno per me.

In “C’era una volta in America”, questi concetti vengono ancora più amplificati: la resurrezione della memoria, può avvenire solo attraverso il ricordo delle emozioni, ed è proprio su questo punto, che le musiche di Morricone, aiutano lo spettatore a relativizzare il concetto di tempo annullato dal montaggio di Leone e trovare un continuum narrativo su un altro piano. Il tempo ritrovato è quello delle emozioni, nella costante ricerca di un tempo che Noodles, il protagonista riteneva aver perduto. Se Proust aveva la madeleine, Leone aveva le musiche di Morricone.

Grazie maestro!