In questi mesi di distacco dal mondo del lavoro, alcune riflessioni prepotenti sono salite alla ribalta della mia mente sempre (purtroppo) in agitazione. Le più si sono concentrate sul rivedere e per alcuni versi rivivere (seppur sotto un’altro livello e al varco di un’altra angolatura) il mio passato.

Il mio lockdown prolungato, al di là delle contingenze del virus, mi ha portato quasi senza volerlo, almeno a livello conscio o di desiderio, al confronto con la mia ombra, o quantomeno a prendere coscienza che l’ombra esiste ed agisce in me. Grazie a dei suggerimenti avuti alcuni mesi fa da un mio amico, ho visto e rivisto per alcune volte un video del poeta Marco Guzzi che lascio qui. Il nostro non dice nulla di nuovo, il suo discorso è preso a piene maniche da intere biblioteche di letteratura psicanalitica, me per quanto mi riguarda, grazie alla famosa danza delle realtà, è arrivato a lambirmi, in un momento in cui quelle corde, dovevano essere pizzicate.

In questo mio confronto con l’ombra che sicuramente è partito tanti anni fa ormai, ma senza che me ne rendessi conto, il giorno stesso in cui chiusi un capitolo della mia vita fondamentale, scrissi un post molto confuso e pedantemente filosofico (con le mie solite velleità cinefile) (qui), in cui mi chiedevo, come mai le protagoniste di Picnic ad Hanging Rock, furono assorbite ed attratte magneticamente dal “mistero”, venendone (forse?) annientate.

Di quel post, riletto oggi, seppur filtrato dalla mia saccenteria, mi ha stupito la data precisa in cui fu scritto, E’ incredibile, come esista una connessione trina tra qualità del tempo, eventi, apertura sull’inconscio un argomento che già dieci anni fa, si propose alla mia attenzione distratta e che forse avrei fatto bene a scandagliare sin da allora.

Oggi non voglio aggiungere granchè, credo che il discorso del video sia più che sufficiente a darmi alcune risposte che non trovai o non volli cercare in quel periodo. Resta la responsabilità mia, di come confrontarmi con la mia ombra, cioè con tutte quelle energie sopite abbandonate e schiacciate chissà dove, che infettano il mio quotidiano e il mio vivere, che mi trascinano verso l’esistere, togliendo ogni spazio non solo all’essere, ma anche ad un certo divenire coscientemente guidato.

In molti casi, la stragrande maggioranza, non siamo causa della nostra ombra. Essa ci è stata causata da tanti fattori: ambiente di origine, scuola, insegnanti, burocrazia, media, ma certamente è nostra responsabilità prenderne coscienza, non negarla, non agirla, ma filtrare ciò che in essa è energia creativa. Ovviamente il prezzo da pagarne nel volerne prendere coscienza e filtrarla è molto alto.

Chiudo con una frase che mi colpì molto alcuni anni fa, leggendo un libro di Massimo Gramellini (di cui premetto non essere un grande fan), per la sua semplicità, e per la sua schiettezza (dato il carattere autobiografico del libro, in alcuni tratti molto duro per il vissuto psichico negli anni della fanciullezza descritti dal giornalista). La riporto qui, andando a memoria “Quando decidi di non vivere più le emozioni di dolore, automaticamente decidi che non vivrai più neanche quelle di gioia. E’ come se tu staccassi la spina dalla corrente elettrica. Entrambe le emozioni passano per la medesima spina e il medesimo cavo“. Rimettere la spina nella presa non è poi così tanto facile, ma è l’unica soluzione che rimane per vivere meglio.