(Segue da 1a parte)

FG : Qualche tempo fa, è nata in Italia una blanda discussione sull’utilità del liceo classico, quasi al compimento del primo quarto del nuovo secolo. Una istituzione, che secondo i suoi detrattori, sembra oramai aver fatto il suo tempo, soprattutto alla luce della pretesa dei suoi istitutori e propugnatori (i filosofi idealisti italiani tra gli anni ’30 e gli anni ’50) che riconoscevano nella cultura umanistica un surplus formativo per i giovani di quel tempo. In base ai tuoi anni di studio ed approfondimento della fisica e delle sue vicende storiche e all’esperienza che hai accumulato nella scuola secondaria, credi che abbia ancora senso una diatriba tra cultura umanistica e scientifica? Può la fisica rispondere ad un bisogno di formazione umana e tecnica, per il mondo come è oggi?

Roberto:  Mi poni una domanda molto complessa. Io credo che sia sotto gli occhi di tutti a cosa portano le divisioni, sia in campo sociale, sia in campo culturale. Le concezioni basate sulla settorializzazione del sapere forse vanno bene a chi concepisce il mondo come una macchina, ma il problema è che il mondo non è una macchina, che ci piaccia o no. La concezione deterministica e riduzionistica figlia dello scientismo ormai è tempo che vada in pensione. Dobbiamo guardare le cose migliori del passato e cercare di riproporle in chiave di un moderno cambiamento. Dalla Grecia Classica al Medioevo non c’è mai stata questa presunta distinzione tra sapere umanistico e sapere scientifico, così come tra spiritualità e corporeità. E’ un’invenzione moderna che chiunque abbia un po’ di buon senso non può che ritenere ridicola. Anche la crisi ecologica a cui stiamo andando incontro è figlia di questa visione. E per l’economia vale la stessa cosa. Chiediamoci perchè le aziende che funzionano sia economicamente, sia socialmente, che dal punto di vista ambientale, hanno ai vertici decisionali filosofi, fisici e matematici (e non economisti). Chiediamoci perchè le nazioni più all’avanguardia danno spazio alla comunione delle culture e non alla loro separazione. Qualcosa si muove anche nella nostra scuola, timidi segnali che bisogna cavalcare e rinvigorire, cosi’ come l’idea della interdisciplinarietà che non va intesa solo come “studio un po’ di tutto” ma come un continuo scambio di conoscenze, anche tra gli stessi insegnanti, di modo che possa trasmettere una visione unica della cultura. Howard Gardner quasi quaranta anni or sono cominciò a parlare di intelligenze multiple e nessuno lo prendeva in considerazione. Ora e’ dominio pressoche’ comune aver accettato la sua visione di intelligenza, la quale va pertanto intesa come un insieme molto più complesso di fattori: un’intelligenza sociale o un’intelligenza emotiva (vedi Goleman) che si accompagna ad una intelligenza analitica permette lo sviluppo di un individuo più sano capace altresi’ di creare intorno a sè un ambiente più sano e interessante oltre che carico di competenze; questo e’ certamente una altra cosa rispetto al “cervellone” che non riesce neanche a chiedere un caffè con gentilezza. E’ importante questo approccio al fine di evitare di crescere dei “mostri” che hanno le mani giganti e i piedi minuscoli o il cervello pesante ma il collo debole. Dare preponderanza ad una visione univoca e’ un metodo educativo destinato a fallire miseramente.

FG : Un elemento che mi ha colpito nella lettura del tuo libro, oltre ai richiami storici relativi alle vicende dei suoi protagonisti (da Copernico ai nostri giorni) è il porre l’accento sui paradossi mentali a cui molti fisici hanno ricorso prima di enumerare e dimostrare le loro tesi. Per quale motivo ritieni così importante il rimarcare questo aspetto?

Roberto: Sul paradosso ci si potrebbero scrivere dei volumi. Mi piace però ricordare il pensiero di Simone Weil che identificava nel paradosso la chiave di una comprensione del profondo. Tutti i cammini di conoscenza fanno del paradosso un punto chiave (si pensi a titolo esemplificativo ai Koan dello Zen oltre che ai meravigliosi paradossi di Zenone, che sono stati sempre interpretati erroneamente come sofismi quando invece erano porte per la comprensione di realtà più grandi di quelle che si manifestano alla logica). La cosa interessante per me è stata lo scoprire che la fisica è piena zeppa di paradossi, rimanendo chiaramente quello più eclatante: il paradosso della doppia natura della luce (e del microcosmo in generale).

FG: Tra i protagonisti della Fisica del secolo scorso, uno spazio giustamente ampio è dedicato ad Einstein ed alla Teoria della Relatività. Esiste un bellissimo inserto nel tuo libro in cui Einstein e Dante sono comparati. Ci puoi dare un’anticipazione sulle ragioni di tale accostamento “spaziotemporale”?

Roberto: Questo è uno dei misteri più incredibili della nostra cultura: che un uomo di poesia, ma a ben vedere anche di scienza, per la ragione di cui accennavamo sopra (l’impossibilità di dividere le culture), nel 1300 descriva un cosmo di cui può dare conto la scienza seicento anni più tardi. Tutto cio’ è incredibile. Come se Dante avesse potuto con la sua maestosa cultura unificante e il suo genio ispirato, descrivere qualcosa che aveva visto o sentito in modo altrettanto preciso poi Einstein con tutte le sue basi fisico-matematiche… Meraviglioso!

FG: Nella lunga corsa storica attraverso i decenni del XX secolo, tu poni l’accento su due personaggi importanti, per le scoperte di cui si sono resi protagonisti, e per il loro retroterra culturale e sociale di provenienza. Parlo di George Lemaitre e Marie Curie. Sottolinei più volte che l’uno era cattolico, l’altra una donna. E’ esistito realmente un “pregiudizio” nei confronti di cattolici e donne, in ambito scientifico? Se è stato superato, in entrambi i casi, sulla base di cosa?

Roberto: E’ esistito eccome. Sulle donne da sempre, tanto che ad esempio la Lewitt di cui parlo nel secondo capitolo. Le sue scoperte astronomiche sono state fondamentali per tutta l’astronomia e l’astrofisica moderna, cio’ nonostante fu Hubble (un uomo) a passare poi alla storia come astronomo decisivo della modernità. La Lewitt dicevo, dovette studiare in una università di serie B creata apposta per le donne e fu relegata ai margini della ricerca proprio per il suo genere sessuale. Stessa sorte tocco’ alla signora Burbridge cinquant’anni più tardi (siamo già nel periodo post bellico degli anni cinquanta) che dovette persino imparare a manovrare da autodidatta la complicata attrezzatura astronomica che dirigeva, perchè i suoi tecnici si rifiutavano di obbedirle in quanto donna (non parliamo poi del dover andare in bagno in un’altra struttura perchè nella facoltà di astronomia non erano previsti bagni femminili). Sulla questione Lemaitre e Cattolicesimo invece la questione è più complessa, ma mi dai l’occasione di chiarire (anche questo lo racconto nel libro) la vicenda Galileo (un fervente cattolico) che è in questo contesto emblematica. Gli attacchi che ricevette dal Vaticano non avevano nulla a che fare con quello che con ignoranza e pregiudizio è passato alla storia come la lotta della religione contro la scienza. Durante il secolo dei Lumi, si è andata insinuando pian piano l’idea che la religione fosse contraria alla scienza (e viceversa), prendendo a pretesto, distorcendole, le vicissitudini di Galileo. Ma come può ben vedere chiunque legga con lucidità la storia, i più grandi scienziati fino alla fine del 1800 erano estremamente religiosi. Non solo, il pensiero scientifico e lo stesso metodo scientifico nascono da una concezione perticolarmente spirituale della realtà: il credere che ci siano leggi prestabilite che fanno funzionare l’universo. Il fatto che poi si attribuisca al caso l’esistenza di queste leggi potrebbe essere molto più azzardato che non attribuirle al “grande vecchio”, come lo chiamava Einstein. In tutto ciò gli scienziati cattolici sono stati quelli più “bistrattati” tanto che le leggi dell’elettromagnetismo furono scoperte da un sacerdote veneto, ma nessuno ne seppe nulla e la legge di Hubble fu scritta da Lemaitre (la cui grandezza in campo astrofisico sta sempre più venendo riconosciuta finalmente) ben 3 anni prima di Hubble. I pregiudizi si annidano ovunque, tutti ne siamo vittime e artefici a prescindere dai nostri convincimenti in campo di fede. Anche qui mi piace sempre ricordare le parole di Simone Weil: “la fede non è una scelta”.

FG: Tra i personaggi della fisica che descrivi, oltre Lemaitre e Curie, quali sono quello che ti hanno più colpito ed affascinato, e per quali motivi?

Roberto: Mi hanno colpito tutti a loro modo, ma mi preme riabilitare coloro che furono decisivi pur rimanendo umili e dietro le quinte. Penso per esempio a Wilson e la sua camera a nebbia. O a Majorana che scomparve nel nulla dopo aver capito che la fisica atomica e nucleare avrebbero portato al delirio di onnipotenza dell’uomo. Proprio su Majorana faccio solo un accenno ma mi auguro di poter integrare nella nuova edizione con un inserto dedicato a lui, ad Heisenberg e alla costruzione della bomba atomica.

FG: Proprio prendendo spunto dalla citazione su Majorana, arriviamo all’ultimo capitolo del libro (il quinto) che si focalizza “sul nucleo degli atomi”. Un argomento affascinante e delicato, che ha comportato anche delle ricadute non sempre positive. Einstein stesso, a valle di un progetto che tutti sappiamo come si concluse su questo argomento, disse che lì “la fisica perse la sua innocenza”. Esiste per te un nesso “spaziotemporale” tra coscienza, fede e fisica? E se si’ dove si colloca?

Roberto: Esiste un nesso come in tutte le attività dell’uomo che è fatto di un corpo materiale, che quindi sottostà a leggi fisiche, ma anche di pensiero, sentimenti e coscienza, elementi che sottostanno ad altre leggi, che possiamo chiamare immateriali. So che ultimamente va di moda una sorta di revival del riduzionismo per cui sembrerò estremamente impopolare come uomo di scienza nel dire che non siamo fatti solo di materia. Tuttavia è la mentalità ottusa quella che porta alle contrapposizioni e alle visioni parziali del mondo. Il materialismo va a braccetto col consumismo e chiunque si avventuri nella scienza in maniera un po’ più approfondita di quella della lettura di qualche libro divulgativo o di qualche libro tecnico con tante formule ma pochi ragionamenti, non può credere davvero che noi siamo solo la somma dei nostri atomi: una visione, che mi permetto di definire alquanto ridicola del mondo, oltre che profondamente errata dal punto di vista fisico stesso (si pensi alla formula E=mc2 ad esempio). Questo non vuol dire che si debba per forza credere o non credere in qualcosa o in qualcuno. Le costrizioni (in un senso o nell’altro) sono agli antipodi del metodo scientifico. Il punto cruciale è imparare a ragionare al di là dei pregiudizi e degli schieramenti che ognuno più o meno volontariamente abbraccia. Infine si puo’ dire che dopo aver analizzato i fatti, che sono neutri, la loro interpretazione è una cosa delicata: certamente dopo la costruzione della bomba atomica non si può più credere che le scoperte possano essere fatte senza mai interrogarsi sulle conseguenze etiche e sui perchè.

Roberto grazie per queste risposte, belle e dense, ricche di amore e passione per la cultura e la sua grandezza, specie quando essa serve per creare ponti e collegamenti, piuttosto che compartimenti stagni e barriere. Non mi resta che farti un grosso in bocca al lupo per la diffusione del tuo libro e per il tuo lavoro di docente di fisica e di saggezza.

Ricordo a tutti il link ove è possibile reperire il libro La Luce della fisica:

www.lalucedellafisica.it

Equilibri Libreria, Via Principe Amedeo 38, Torino (qui)