Qualche giorno fa, esattamente l’8 di Gennaio, ricorreva il centenario della nascita dello scrittore Leonardo Sciascia. Ci tenevo a ricordarlo per questa occasione, e’ stato senza ombra di dubbio alcuno, uno dei pochi autori su cui mi sono formato come uomo e come italiano.

Credo di aver letto quasi tutti i suoi romanzi, specie quelli piu’ tenacemente politici, anche se poi ho amato tra tutti il libro che dedico’ alla scomparsa di Ettore Majorana; un grande siciliano, che a dire dello scrittore, fu uno dei pochissimi che si contraddistinse in un campo in cui i suoi conterranei non avevo mai dato lustri alla patria: la scienza. Ricordo le pagine dense di mistero e magia, unite ad uno spirito comunque radicalmente saldo nel razionalismo. Fu una lettura che mi rapi’. Credo di aver amato Sciascia proprio per questo suo illuminismo misurato, fatto di tanta indagine, analisi, ragione ma anche di intuizione, introspezione ed empatia verso i fenomeni che osservava, soprattutto er un argomento in particolare: la Sicilia con la sicilitudine; il silenzio proprompente delle cose non dette ma appena sussurrate con gli occhi e con l’anima, affinche’ in pochi possano arrivare alla verita’, qualunque essa sia.

In molte sue pagine, che lessi soprattutto in eta’ adolescenziale, ci trovai il mondo dei grandi vecchi della mia terra, la Puglia non marinara, quella campagnola ed agricola, arroccata nei paesi collinari della Murgia, dove molto spesso il Barocco delle chiese e i muri a secco delle campagne, sono uniti in un coito simbolico indissolubile. Da adolescente, grazie a quelle pagine derimenti, imparai ad osservare meglio i volti e le stimmate delle generazioni di pugliesi che mi avevano preceduto, soprattutto quella dei miei nonni, le quali avevano vissuto sulla propria pelle, tante di quelle pagine nere, in chiaro scuro, o semplicemente sbiadite, che il professore di Ragalmuto, scrivendo sulla Sicilia, in realta’ aveva immortalato per tutti i Sud, per i Sud che sono al di la’ dei limiti di una qualsiasi linea fittizia di tropico impressa nella nostra mente. Grazie a Sciascia, capii i silenzi di quei vecchi, tra cui anche i silenzi dei miei vecchi, i miei nonni, e quella di tanti loro amici. Mentre quella generazione, per motivi anagrafici, cedeva il testimone, grazie a LS, riuscii a raccoglierlo prima che cadesse a terra e si perdesse per sempre.

A circa 19 anni, poco prima che la Puglia e il Sud la lascia per sempre, per la solita danza della realta’, nel giro di pochi giorni, mi tocco’ leggere uno dei suoi ultimi romanzi: “Una storia semplice” e di vedere, in VHS allora, la versione filmica del romanzo, girata nel 1991 dal regista Emidio Greco. Tra i tanti o pochi film che a mio modesto avviso credo ci sia bisogno di rivedere, vi e’ proprio questo.

Greco, che tra l’altro era originario di un paese vicino a quello dei miei genitori, credo si connesse molto fedelmente e con facilita’ a quel mondo interiore che i libri di Sciascia esprimevano, realizzando una vera chicca. Un film asciutto, essenziale, scarno, a tratti vuoto e fatto di mancanze piu’ che di presenze; un togliere piu’ che un mettere (una cosa oggi impensabile in piena overdose di ego), suggellando una certa saggezza antica.

Riporto qui di seguito, sia il link al film che si puo’ benissimo guardare gratuitamente sul tubo, sia il link ad una scena di quel film, che reputo una delle migliori mai interpretate da Gian Maria Volonte’. Mi piace chiudere cosi, con un silenzio, seppur scrivendo…

Un grazie alla mia prof. di lettere dell’ITIS, che mi fece conoscere, nel lontano 1996, Leonardo Sciascia.