Questa estate, grazie al fatto che ho deciso di non rinnovare il mio abbonamento alla TV via cavo (quasi obbligatorio qui in Belgio per poter guardare la TV, a meno non si voglia usare internet) ho scoperto “d’improvviso” di avere una qualche ora di tempo a disposizione per leggere, la sera.

Avevo abbondato questa buona abitudine, anche a causa del fatto che la sera, durante il telelavoro, continuavo a smanettare col PC e finivo poi per cazzeggiare su internet… a proposito, questa è una delle controindicazioni del telelavoro, non riuscire (almeno io) a perimetrare le ore da dedicare al lavoro e le ore da dedicare ad altro.

Pertanto ho dovuto riprendere in mano dei libri piacevoli e poco tecnici, per riacquisire un buon ritmo. La lettura è una vera e propria ginnastica, se si viene da un periodo di digiuno e si vuole riprendere, magari iniziare col mattone polacco esistenzialista o con Horcynus Orca non è la scelta migliore.

Al fine di facilitarmi in questo compito, mi sono venuti incontro una serie di noir (il fatto che siano noir non significa che siano libri di serie B, anzi.. a lungo andare ho scoperto che oltre ad essere appaganti ed emozionanti, riportano molte cose interessanti che neanche nei saggi impaludati si possono trovare, sia a livello di riflessioni storiche, ma anche filosofiche) che avevo acquistato anni fa e che erano depositati con strati di polvere nella mia libreria.

E’ mia intenzione scrivere nelle ultime settimane di questo anno alcuni post sulle mie letture annuali; al momento voglio riportare l’attenzione sui tre migliori noir che ho letto questa estate e che pertanto propongo a chi vorrà di leggerli in l’autunno.

Traditori di Tutti”. Giorgio Scerbanenco, anno di pubblicazione 1966.

Credo sia oramai opinione comune e condivisa, reputare questo autore come il vero innovatore, se non addirittura inventore moderno del noir italiano. “Traditore di tutti”, primo romanzo letto dello scrittore milanese, mi ha veramente sconvolto per la capacità di indagine storica, capace di dare una fotografia livida ed impietosa dell’Italia ai bordi di periferia (scusate la pessima citazione) in una storia che perfora il perbenismo democristiano di quel periodo, ma che affonda in un male oscuro ed agghiacciante che viene dalla guerra lambendo personaggi che si affacciano su Milano e sull’Italia guardandone le miserie, più che le sue bellezze. Se non vado errato è il primo romanzo (purtroppo data la prematura scomparsa dell’autore non ne furono scritti molti) in cui entra in gioco come detective un outsider della vita ma anche dello scenario poliziesco italiano: Il dottor Lamberti. Un personaggio che era scomodo nel 1966 e che continuerebbe ad esserlo oggi ancora oggi. Usando le vomitevoli parole che oggi vanno tanto di modo mi verrebbe da dire che Duca Lamberti è un antieroe, un uomo resiliente.. dovessi usare il linguaggio del parla come mangi: una persona seria che oramai ha provato sulla propria pelle il cinismo dell’Italia consumistica pre-’68, il male di vivere che cosi bene descrisse Berto (più quello degli altri che il suo) e che cio’ nonostante guarda alle miserie di coloro che lo circondano in questi frangenti di depravazione, ancora con una compassione minima che vince la barriera del cinismo. Tecnicamente la storia ha ritmo, personaggi ben definiti e descritti, scrittura brillante e scorrevole. Voto: 9

“Senza luce”. Luigi Bernardi, anno di pubblicazione 2008, Casa editrice Perdisa Pop

Questo libro ci tengo veramente a recensirlo e tesserne le lodi per vari motivi.

Il primo è del tutto personale. Per una serie fortuita di casi, nel 2012, mi capito’ di leggere in Canada “Sangue dal cielo” di Marcello Fois. Libro consigliatissimo a chi ama il giallo italiano. Facendo qualche ricerca in rete scoprii che Fois, cosi’ come Carlotto, Lucarelli ed altri giallisti (tra l’altro celebri già allora), furono lanciati nel panorama letterario italiano, da questo autore e talent scout bolognese, Luigi Bernardi per l’appunto, che a metà anni ’90, con la sua casa editrice Granata Press (la quale aveva avuto il merito di portare in Italia manga ed anime giapponesi, e non solo, di primo livello) aveva dato il là alle loro carriere, pubblicandone per primo le loro opere prime e seconde.

Per un’ altra serie di motivi disparati, a valle della lettura del romanzo di Fois, contattai il figlio di Bernardi, che conoscevo per motivi lavorativi. Gli parlai di Fois, feci i complimenti a suo padre e gli chiesi: “Ma scusa, tuo padre non scrive per caso anche lui?” Mi rispose di si, ed alla richiesta di un consiglio al riguardo, mi suggeri’ “Senza luce”. Era il 2013, erroneamente ero ritornato in Italia e comprai questo romanzo edito da una piccola casa editrice emiliana. Dopo 8 anni di polvere l’ho aperto sfogliato, letto e rimasto folgorato.

Un libro asciutto e sferzante. Geometrico nella descrizione di storie che si intrecciano tra loro, sono quattro in particolare, apparentemente lontane ma che trovano più punti di intersezione. Interessante l’analisi psicologica dei vari protagonisti che nel libro prendono spazio a poco a poco, tutti o quasi sull’orlo della follia, una follia che incede in crescendo. Un libro pieno di riflessioni filosofiche ed esistenziali che trovano sempre un collegamento con la/le storia/e raccontate. Non voglio togliere spazio alla lettura per cui mi fermo qui. Una ultima nota pero’ la voglio fare ed è veramente polemica. Un libro che riscrive le regole del genere, lasciandone intatto il fascino a coloro che di questo genere ne sono amanti e non solo.

Di Luigi Bernardi lo scorso anno è stato pubblicato postumo, da Rizzoli, “Atlante Freddo”, una sua raccolta di tre racconti (stesso genere) e trovo francamente strano che un talent scout di questo livello (i nomi citati sopra suppongo siano sufficienti) nonchè autore di questo pregio (non credo che Senza luce sia un caso isolato nella sua produzione, si capisce bene che dietro vi è un lavoro ed un talento fuori dal normale) non abbia avuto spazio in vita alla grande editoria, avendo dato a questa cotanti autori. Anche solo ad honoris causa, dati i soldi che ha fatto guadagnare loro, e dato che in Italia su pubblicano e si pubblicizzano robaccia persino su quella che dovrebbe essere la casa editrice di Eco (la più sofisticata in partenza), mi spiace e mi fa riflettere molto… bohn mi taccio e mi fermo qui. Voto: 8,5

“La solitudine del manager”; Manuel Vàsquez Montalbàn, anno di prima pubblicazione in Italia: 1993

MVM l’avevo conosciuto qualche anno fa, grazie ad uno dei suoi libri peggiori: “La Bella di Buenos Aires”. Nonostante fosse uno dei suoi lavori meno pregiati, il personaggio di Pepe Carvalho, che in Italia abbiamo imparato a conoscere molto dopo la sua “nascita spagnola”, non lasciava indifferenti. Misantropo, cinico, bastardo, amante dei piaceri della carne più che di quelli spirituali, battuta pronta (come nei migliori personaggi di hard boiled americani), si notava da subito che il fascino di questa canaglia veniva da lontano. E la solitudine mantiene tutte le promesse che si intravedevano nella “bella”. Lettura piacevole e affascinante che sullo sfondo di una detection story, prende spunto per parlarci di quel mondo sospeso (seconda metà degli anni ’70) quale è stata la transizione verso la democrazia della Spagna che usciva frastornata dal Franchismo. Barcellona come sospensione spazio temporale, dove donne e uomini cercano una loro ricollocazione nella storia, quella personale e quella pubblica. Definire questo ottimo noir solo un noir, è fargli un torto. Si parla di cibo e donne (metafora della salvezza dal Franchismo, come lo stesso autore ammette), più che di delitti e investigazioni, ma se l’obiettivo è intrattenere e dare uno sguardo sulla storia, questo libro è un piccolo gioiello. Voto 8,5.