“Contiene spoiler, pertanto se non avete visto la serie, evitate, onde evitare “disillusioni.

“Anche le serie su Netflix piangono”. Se Carmelo Bene nei suoi profluvi di citazioni appariva alla Madonna, Zero Calcare grazie alle sue di citazioni, innumerevoli, sempre intelligenti e ben calibrate (che non enumerero’, promesso), appare a Netflix oltre che al pubblico… e questo è segno di grande talento, merito, e capacità creativa: “Riuscire a trascendere il mezzo, quasi “fottendolo””. Spero che l’attore pugliese non abbia a lamentarsi nell’aldilà, per questo accostamento al fumettista romano. Credo che ne sarebbe contento e cerchero’ anche di spiegarne il perchè.

Ieri sera, con la stessa foga con la quale si ingurgitano di fila 6 chupitos di tequila (con tanto di boom boom), mi sono scolato tutto di un fiato le sei puntate della serie di Zero Calcare… e l’effetto è stato esattamente quello che si puo’ ricavare se al posto della serie ci fosse stato il liquore.

Uno stordimento che porta in cortocircuito ilarità e paranoia, ebrezza e rassegnazione, divertimento e dolore, ma soprattutto significante e significato (ma su questo tornero’ dopo), dando alle dimensioni temporali -su cui la storia di questi postadolescenti si dipana- un collasso in cui il futuro crolla addosso ai protagonisti, quasi annientandoli.

In wordpress, ma non solo, le recensioni entusiastiche che vedono in questa serie un complesso e ottimamente definito ritratto generazionale sono innumerevoli, ci sarebbe poco da aggiungere a quanto già letto e scritto, ma non fa male fare un elenco breve di soli tre grandi punti di merito.

  • La descrizione del mondo di illusioni in cui i nati negli anni ’80 (ma anche di coloro che come il sottoscritto sono nati nella seconda metà dei ’70) hanno vissuto l’adolescenza, vivendone poi lo scarto con la realtà subito a valle dell’adolescenza, fatta di altri contorni e di altra materia, spesso piena di disillusioni (precariato, instabilità emotiva prima ancora che economica, perdita dei confini e delle definizioni apprese negli anni di scuola, scioltisi come neve al sole non solo per colpa della scuola sia chiaro… viste le polemiche di sti giorni sulle guerre puniche) in pari quantità alle illusioni vissute a livello mentale prima.
  • Assopimento della propria capacità di intervenire nella realtà, data la rassegnazione derivante dal punto precedente. Su questo versante la definizionze lapidaria e sublime che la coscienza, l’armadillo, fornisce a ZC alla sua serata “buca” con Alice: “Cintura nera, 5° Dan di Come si schiva la vita”, è pura poesia.
  • Amplificazione dei propri bias, fino a finire nella paranoia piu’ totale, in preda a convulsioni da ego giganteschi e magmatici, per poi oscillare verso l’altro estremo, ben rappresentato dai “tipi” dei suoi due amici Secco e Sarah: l’incarnazione del nichilismo piu’ corrivo e del relativismo piu’ edulcorato. Che restano delle consolazioni altrettanto transitorie.

Alzi la mano, chi ha vissuto l’adolescenza tra i novanta e i duemila e la postadolescenza negli anni a seguire, e non si è ritrovato almeno in uno dei punti testè riportati, ed oggi, anche adulto, magari lavoratore teoricamente stabile, genitore, seguitore seriale e cosciente (?) di Netflix, degustatore e conoscitore di pizze meglio che Gennariell o scarrafon e non si ritrovi in questi tre punti e non vada in paranoia totale come Zero, anche ed ancora oggi, da donna e uomo maturo, quando nei social media o attraverso la TV rivede come ombre coloro (o i loro epigoni) che delineavano il futuro non piu’ di 20 anni fa, con il loro carico di visioni idilliache, false e ricattatorie, sempre li’, ma oggi hanno cambiato registro e usano formule retoriche piu’ alla moda e ancor piu’ tronfie come: “imparare a imparare, resilienza, antifragile” e altre stronzate mutuate dai sociologi di grido attuali?

Bene, se come spettatrici e spettatori vi siete immedesimati in quei punti e nel riscontro con i delineatori di bordi di ieri e di oggi, fra il cazzaro ZC e i cazzari smascherati dell’altra sponda, non avete potuto far altro che ridere e appluadire allo smarrimento descritto magistralmente da ZC, scegliendo fra i due versanti dell’essere cazzaro, quello che è piu’ genuino, sarcastico, corrosivo, talentuoso, simpatico e forse sincero… ed in questo ZC ha un grande merito, non solo in quello che dice, ma soprattutto in quello che per complemento ha omesso.

Dopo essermi unito al coro di elogi per i motivi di cui sopra, non posso al tempo stesso esimermi dal commentare (rigettandole al mittente) le uniche polemiche, critiche e in non molti isolati casi, veri e propri attacchi, che ZC ha subito per via dell’aver usato il romanesco come lingua veicolare del suo lavoro. Su questo aspetto la polemica potrebbe chiudersi in un batter d’occhio, ma la questione merita piu’ attenzione e piu’ rispetto di quanto apparentemente non ne sembri avere, perchè è proprio su questo aspetto che la serie di ZC si differenzia e si innalza rispetto a quello che nel mio post precedente definivo la malattia della letteratura e cultura contemporanea: l’autobiografismo.

Non sono un fan di lungo corso del fumettista romano, ma non ci vuole di certo un filologo per capire che nella saga dell’armadillo, parafrasando Lacan con il suo italico riportatore (il Carmelo Bene dell’incipit), “il significato è un sasso in bocca al significante”. In “Strappare lungo i bordi”, di fronte all’annullamento dei sè dei quattro protagonisti, per motivi esterni (società, l’imperscrutabile caso e il suo vicino: il colpo di “c”), quanto interni (la cintura nera/5° dan già citata), l’unica cosa che si forma, prende piede e diviene protagonista e collante tra i “comprimari” è proprio il linguaggio, unico punto di contatto tra tanti ego imparanoitai, lacerati e sbrindellati, che assurge a vero pratogonista. Il gergo che si nutre delle frustrazioni, dei pochi momenti di gioia, della misconoscenza delle proprie emozioni, delle riflessioni sulla società italiana dei ragazzi, si “materializza” in lemmi, stilemi gergali, turpiloquio, gramelot (come nel caso di Secco), modi di dire, giochi onomatopeici, tutti innestati nel terreno di cultura rappresentato dall’originario dialetto delle borgate romane, che diventa in sei puntate un essere vivente e vivo, molto piu’ dei protagonisti. Non è un caso, che il momento (a mio avviso) piu’ lirico e drammatico del cartoon è rappresentato dai minuti di abbraccio in cui Alice, chiede in italiano “standard” a Zero di “esserle presente almeno per un po’ quando sono vicini”. La risposta di Zero a tale richiesta dà la cifra della serie: il suo distacco “animico” dal suo corpo di fronte ad una dichiarazione di sentimenti (significato) a lui sconosciuta, poichè nel suo linguaggio/gergo/idioma (significante) plasmato dalla sue esperienze/seghe mentali, i sentimenti non hanno mai dato forma a parole di alcun tipo… il significante non ha alcun sasso in bocca… pertanto pur essendo presente non puo’ legare. Se il significante (dialetto/gergo… chiamatelo voi come volete) unisce con lo sputacchio Zero a Secco e Sarah, purtroppo segna un solco abbastanza grosso tra Zero ed Alice (ma tranquilli, non è la causa unica e scatenante del dramma… cercate anche voi come me, di non entrare nella sindrome del caricatore di peccati dell’umanità sulle proprie spalle). Pertanto se qualcuno ha avuto delle riserve sul dialetto… praticamente ha perso non solo una buona occasione per stare zitto, ma ha mostrato ampiamente di aver perso molto del senso di questo lavoro.