Alcuni giorni fa su LinkedIn mi sono imbattuto nell’immagine che trovate in copertina a questo post. Inutile dire che mi sono soffermato a leggere e a riflettere qualche minuto, causa mia laurea in ingegneria chimica e mia professione nel settore di studi oggetto del manifesto.

Lo slogan pubblicitario è accattivante come potrebbe essere il profumo di un caffè alla cicoria. Mi spiace solo per la ragazza che ha posato per la copertina, la quale ha tutta l’aria di una brava persona capitata li’ per caso e che ovviamente è totalmente avulsa “alla mia disanima”.

Di primo impatto, il depliant appare sbiadito e grigio (al di là dei colori utilizzati). Oggettivamente (mi sbilancio) credo l’effetto che puo’ produrre possa essere se non inverso al fine per cui è stato realizzato, quantomeno di totale irrilevanza. Ma al di là di cio’, vado “ingegneristicamente” al sodo.

Titolo: “La tecnologia siamo noi“, con il noi ben evidenziato in giallo.

Il titolo, tra le cose presenti nel “manifesto” è la parte piu’ gradevole e simpatica, quasi ammiccante da un punto di vista di marketing, anche se non propriamente la piu’ corretta da un punto di vista di sostanza. Non voglio fare il pedante e settario, ma tecnologia ed ingegneria sono due cose distinte seppur sorelle (in alcuni casi si puo’ arrivare alla gemellarità)… ma suppongo che anche due gemelle identiche, abbiano piacere a farsi chiamare ciascuna con il proprio nome. Capisco che in una società “inclusiva” e “tollerante” (almeno sulla carta) la mescolanza, la contaminazione e gli sconfinamenti di questo “genere” vengano tollerati ed invocati, ma a questo punto mi aspetterei altresi’ un manifesto che inviti ad iscriversi a “Chimica” o a “Chimica e Tecnologie farmaceutiche” o “Chimica Industrale” o “Scienze dei Materiali” in cui come titolo venga riportato “L’ingegneria siamo noi”. La cosa non mi stupirebbe, anzi, “regolerebbe” quello che ho visto a valle delle laurea in 20 anni di lavoro come ingegnere chimico: dozzine di chimici avere “l’invidia del pene” da ingegnere e molti ingegneri chimici avere l’invidia da bohemienne dei chimici e dai tecnologi, soprattutto quando gli ingegneri lavorano a stretto contatto dei tecnologi e dei chimici nel mondo della ricerca e non solo. In secundis (questa parte l’ho scritta in un secondo momento) quella identificazione tra tecnologia e il “noi”, suona un po’ come coro da stadio ad escludendum. La tecnologia siamo noi (ingegneri), gli altri sono al piu’ secondi, terzi, o di una serie inferiore. Direi che il titolo che era la cosa piu’ simpatica, alla fine possa persino risultare se non discriminatorio, almeno snob.

Il manifesto continua poi con:

“Lo sai che la Magistrale in Ingegneria Chimica e dei Processi Sostenibili offre molti e diversi sbocchi?”

Ora, andiamo al titolo del corso di “Laurea Magistrale” (cerchiamo di usare gli aggettivi come tali e non come sostantivi.. ): Ingegneria Chimica e dei Processi Sostenibili, cercando anche di dare alcune indicazioni su cosa è l’ingegneria chimica, soprattutto per coloro che sono curiosi, che hanno tra i 18 e 19 anni e non solo e si guardano intorno in cerca di un corso di laurea a cui iscriversi.

30, 40 o anche solo 20 anni fa, il corso di laurea in oggetto aveva come “nome di battesimo” solo: “Ingegneria chimica”. Qualche lustro or sono questo titolo risuonava abbastanza figo per i nerd della penisola e delle isole minori e maggiori. Nell’immaginario dei nerd amanti di numeri e matematica (io ero e sono ancora oggi in questo insieme) suonava come un corso di laurea in ingegneria in cui si poteva fare tanta chimica. Una specie di ibrido tra un corso di ingegneria meccanica ed uno in chimica. Oppure una specie di corso di laurea in ingegneria industriale qualsiasi, in cui sono previste tante ore di laboratorio in cui scuotere beute e beker con all’interno qualche strano intruglio. Ok… niente di piu’ sbagliato. Per chi avesse bisogno di un chiarimento in merito, allego una immagine che alcuni ingegneri chimici che lavorano da tanti anni in questo settore, postano regolarmente su linkedIN. E’ una vignetta che vorrebbe indicare come tra la chimica e l’ingegneria chimica ci siano delle differenze notevoli e di come un processo chimico, nasconda notevoli complessità rispetto ad una “formulazione chimica” che permette in scala laboratorio di ottenere un prodotto C e un co-prodotto D, date due materia prime di partenza diverse (A e B).

E’ una vignetta che molti postano a mo’ di catarsi, nei momenti di scoglionamento piu’ totale.

Ora, dato che alla parola chimica oggi, 24 giugno 2022, si associano immagini non proprio positive, credo che qualche espertone di marketing abbia deciso di associare al nome iniziale di battesimo il piu’ morbido “processi sostenibili”, ovviamente interrogandosi poco o male sul senso di “sostenibile”. Sostenibile in che senso? Economico? Un processo economicamente insostenibile non diviene “quasi mai” (come diceva James Bond “Mai dire mai”) un processe industriale, dato che in una economia di mercato, nessuno investirebbe soldi per costruire un impianto indutriale il cui processo di trasformazione dei “famosi” materiali di partenza A e B, portasse a dei prodotti C e D andando in perdita. Sostenibili da un punto di vista ambientale? Questo potrebbe anche cominciare ad avere piu’ senso, ma non è chiaro. Comunque non vedo il motivo di chiamare un corso con “processi sostenibili”… i processi che si studiano invece in Ingegneria Chimica sono “ambientalmente insostenibili”? Se ci si iscrive alla sola “Ingegneria chimica”, in pratica si passa per essere degli “sporcaccioni dell’ambiente”?

Ora andiamo ai punti per cui il depliant è stato in fin dei conti realizzato. E cioe’ il perchè bisogna iscriversi. La motivazione principale è: “il trovare lavoro”. Ora su questo argomento si potrebbero scrivere venti e piu’ post, ma non voglio inoltrarmi in questo ginepraio. Andiamo pertanto ai punti elencati, che dovrebbero essere appetibili per un neo-diplomato come prospettive postlaurea in sede di ricerca del lavoro. Iniziamo dall’ultimo punto e risaliamo verso il primo.

5) E molto altro…. Ora che un neo-ingegnere chimico, o anche un vetero-ingegnere chimico si mettano poi a fare altro da quello che hanno studiato, sulla base delle mie conoscenze dirette è la quasi normalità, specie per chi è rimasto in Italia. Mi spiego meglio. C’è chi lavora in campo tecnico, ha delle mansioni di generico ingegnere di tipo industriale e si occupa per esempio di qualità, certificazioni ISO, sicurezza nei cantieri o nei reparti industriali o è diventato un dirigente nel settore privato, oppure fa il rappresentante commerciale o vendite di qualche azienda italiana o internazionale che produce apparecchiature per l’industria chimica (scambiatori di calore, reattori, agitatori etc.). Diciamo che l’aver affrontato un corso di laurea in ingegneria, indipendentemente dal fatto che fosse chimica o meccanica, gli ha fornito degli strumenti di tipo razionale (matematica, fisica, termodinamica, meccanica etc.) per affrontare tematiche tecniche nel mondo del lavoro industriale a tutto tondo. Conosco inoltre anche laureati in ingegneria chimica che svolgono lavori lontani anni luce dall’ingegneria in generale. Quello che noto è che tranne casi eccezionali, ognuno di loro, grazie al corso di studi, ha acquisito una forma mentis sufficientemente strutturata per non vivere di bias e pre-concetti da slogan di politici di quarta lega (per chiarezza, slogan tipo: “abbiamo eliminato la povertà” o il piu’ prosaico “si diventa una grande economia facendo debito pubblico”) ed esercita bene il lavoro per cui non ha studiato. Questo credo sia il piu’ grande merito che offre un corso di studi in ingegneria. Ovviamente ça va sans dire, che in Italia, questa forma mentis è abbastanza bistrattata, ed è molto diffuso quel refrain del: “ah tu sei un ingegnere, allora sei un tipo un po’ quadrato (con una connotazione da mezzo tonto sul tipo quadrato)”. La risposta potrebbe essere: “Si, sono un ingegnere, e non mi piace vivere di slogan, e alla fantasia e alla retorica tanta amata nell’italico orticello, preferisco analizzare dei dati numerici, prima di aprire a vanvera la mia bocca e mi piacerebbe che anche tu facessi altrettanto prima di andare giu’ di sofismi o di sentimentalismi, quando si parla di cose in cui i sofismi e i sentimenti c’entrano come il cavolo a merenda”. Direi che in Italia, a differenza di quanto diceva qualche babbeo negli anni ’90, piu’ che di ingegneri per cambiare la struttura economica del paese, abbiamo bisogno che una certa cultura dei numeri e della loro lettura si diffonda, ed in questo l’avere dei ragazzi che studiano materia tecniche, non puo’ fare che bene.

4) Coordinatore tecnico nella Pubblica Amministrazione. A mio avviso questa è la variante meridionale del punto 5 per accaparrasi qualche studente proveniente dalle regioni del Sud. Sicuramente la Pubblica Amministrazione ha bisogno di ingegneri. Che poi siano prettamente di quella disciplina e non di un’altra ho i miei dubbi. Non saprei sulla base delle statistiche, quanti ingegneri chimici, sul monte laureati in questa disciplina, lavorino nella PA. Ad occhio direi che possa essere una percentuale tra il 5 ed il 10%, più che tra il 20 ed il 30.

3) Supervisore degl impianti produttivi.

1) Addetto alla progettazione e costruzione degli impianti.

Il punto 3 ed il punto 1 sono “l’orizzonte ultimo” per il quale questo corso di studi è costituito, ossia: formare un tecnico capace di supervisionare e gestire un impianto produttivo di tipo chimico (che ovviamente deve rispondere a delle normative ambientali, e quindi intrinsecamente sostenibile da un punto di vista ambientale, dato che è la legge a richiederlo, non gli esperti di marketing) come puo’ essere una raffineria, un cementificio, un impianto di produzione industriale di mozzarelle, di dentifricio, di plastica, fertilizzanti, farmaci etc… oppure far parte di team atti alla progettazione degli impianti menzionati prima, per poi seguirne la costruzione e curarne l’avviamento e messa in produzione. Se uno studente in medicina nel suo immaginario ha quello di “occuparsi di salute e malattia” una volta ottenuta la laurea, la specializzazione e l’abilitazione, l’ingegnere chimico dovrebbe avere il punto 2 ed il punto 3. Ora, dato che il medico, dovrà avere a che fare con gli ammalati, che da che mondo e mondo non mancano mai, se proprio avete in mente di fare l’ingegnere chimico, per i punti 1 e 3, che sono quelli per cui praticamente lavoro da quasi 20 anni, sappiate che in Italia:

  • di siti produttivi di tipo chimico, non ce ne sono tanti
  • di grandi società di ingegneria, che si occupano di progettazione di industrie di processo (industria chimica) che possano offrire contratti dignitosi anche dopo molti anni di gavetta, ce ne sono anche qui un numero non prossimo all’infinito.

Mettete un pelo in conto, con una probabilità non trascurabile, che se volete lavorare per le mansioni del punto 1 e 3, l’estero potrebbe essere una opzione non molto remota. Da anni cerco di trovare la percentuale di laureati in ingegneria chimica che lavora fuori Italia, ma non l’ho trovata. Anche qui, per esperienza diretta posso dirvi che siamo in tantini, sparsi per le Americhe, l’Asia e il Nord Europa (Belgio, Paesi Bassi, Germania… motivo per cui suggerisco sempre di studiare oltre l’inglese un’altra lingua tra francese, olandese e tedesco). Inoltre, questa è una cosa molto ma molto importante su cui riflettere per chi vuol lavorare come progettista. Le piu’ grandi ed importanti società di ingegneria del settore, da piu’ di 10 anni, delocalizzano molte funzioni della progettazione in India o in Cina, dove non solo il costo della manodopera operaia, ma anche quella della manodopera “di testa” costa circa 1/3 che in Europa.

2) Addetto alla attività di ricerca. Si ritorna ancora ai 2 punti precedenti, con in piu’ la possibilità di fare lo sgobbone per tanti anni nell’università italiana, con anni e anni di precariato (ovviamente le cose cambiano leggermente in paese in cui la ricerca scientifica è tenuta piu’ in considerazione che in Italia).

Per chiudere, per coloro che sono interessati a iscriversi a questo corso di laurea per le prospettive di lavoro future:

Mettete in conto che molto probabilmente una esperienza di lavoro all’estero, se volete lavorare nei punti 1,2,3 (che sono quelli per cui ci si iscrive a ingegneria chimica… non credo che qualcuno ci si iscriva avendo come prospettiva quella di fare il funzionario al comune o quella di occuparsi di sicurezza nei cantieri), anche solo temporanea la farete (il che non fa male, anzi). Cercate comunque i numeri di coloro, che con questa laurea in mano, sono stati costretti a lasciare l’Italia, pur di lavorare nel settore che hanno studiato.

Cio’ detto: in bocca al lupo per la maturità che state affrontando.