Da molto tempo desideravo scrivere un post sul mio viaggio di lavoro in Senegal. Purtroppo non ci sono riuscito prima e temo, nonostante il mio desiderio di scrivere sia forte, di non riuscire a rendere a parole quello che questo viaggio mi ha mostrato. I colori ma soprattutto le sfumature ambientali ed umane di un posto che mi ha scaldato il cuore, nonostante abbia trascorso in questa terra solo 5 giorni, e per lo più quasi sempre in fabbrica.

Come al solito, per pigrizia e per mia incapacità, riportero’ dei pensieri sparsi che erano annotati in qualche foglio della mia mente e non su carta.

Tutto è iniziato esattamente un anno fa, con tanto entusiasmo. Un progetto di ingegneria piuttosto grande con buone prospettive nel cuore del paese africano, vinto dalla mia ditta. Dopo i primi mesi di progettazione ingegneristica, arrivati alla fine dell’inverno 2022, era prevista una settimana di revisione della documentazione prodotta fino ad allora, presso il cliente, con delle sessioni giornaliere di studio delle nuove linee di impianto. Ed è stato cosi’ che a metà febbraio, con un collega francese ci siamo imbarcati su un aereo destinazione Dakar, dove all’arrivo ci siamo incontrati con un altro collega che era già li’ di ritorno dall’India, sua terra di origine.

Ricordo bene la mattina, era una domenica, alla partenza. Lasciavo Bruxelles con il suo cielo plumbeo invernale, gli alberi spogli e ombratili, le temperature sempre incerte, ma mai troppo fredde, perennemente affette da umidità (cosi’ come l’estate non sono mai troppo calde, un perenne vivere da un punto di vista metereologico nella pancia di una balena), il suo aeroporto asettico (come tutti gli aeroporti delle capitali occidentali) fatto di alluminio e vetri, di odore di disinfettante e burro fuso, e dopo cinque ore di volo mi trovavo catapultato, per la prima volta nella mia vita nel continente nero, dopo aver passato tutto il viaggio con il naso sul finestrino, a guardare come un ebete il rosso del deserto e il blue dell’oceano, che paralleli andavano verso le rotte dell’indefinito, senza incontrarsi mai.

Atterraggio e aeroporto. A parte il contrasto di temperatura (33°C, lasciavo gli 8°C) e la forza accecante della luce, che già mi aspettavo, scendendo la scaletta (dovevano essere le 15h) ho avvertito come una sensazione di lontananza, credo molto personale che mi ha lasciato esterefatto. La sensazione che la terra e il cielo fossero più distanti che in Europa.. qualcosa che non saprei ben spiegare da un punto di vista scientifico (se non con l’altitudine), ed è possibile che sia stata più una suggestione che un dato reale. Eppure l’ho notata anche la notte, guardando le stelle, nel cielo buio del villaggio in cui tornavo la sera per cena e per dormire. Le stelle sembravano lontane dalla terra, ma più vicine tra loro, quasi che si sfiorassero dando effettivamente l’idea di una pennellata di latte nel cielo scuro. Ma torniamo all’atterraggio. Una volta entrato nell’aeroporto, il primo senso che mi è stato sollecitato è l’olfatto. Odori fortissimi di spezie e sudore. Entravano nella stomaco, per poi arrivare al cervello e darmi un senso di vertigine e di smarrimmento. Una volta superati i primi minuti di cortocircuito olfattivo, ho realizzato di essere in un aeroporto con minuscole finestre oscurate da tende, dove il grigio dell’alluminio era sostituito da pareti in color marrone, con sfumature decrescenti che arrivavano al giallo. Nonostante la parsimonia di finestre, notavo che la luce penetrava forte e ti si fissava nei sensi, sulla pelle, oltre che sulla retina. Era come trovarsi sospesi in un’atmosfera di controra, per usare un termine del Sud. E dopo il naso e la testa, la vista e il non vedere, ho iniziato a sentire il mio corpo sballottolato, nella sua interezza, in un continuo urtarsi di valigie, corpi, che in maniera coatica, ma al tempo stesso delicata, mi piovevano addosso. L’entropia, per gli amanti della chimica, confermo, anche li’ è sempre crescente, come in Belgio, come in Italia, come in tutto l’universo, ma con calma, con dolcezza, con un senso di tangenza e mai di impatto frontale. I controlli dei passaporti, la polizia doganale, le mamme con enne pargoli sulla schiena, sulle braccia, abbarbicati sui loro corpi. Eppure erano le stesse mamme, senegalesi, africane, che erano partite con me, li a Zaventem, nel mezzo delle Fiandre più grigie, e qui in un angolo d’Africa era come se avessero subito una metamorfosi… il contatto con la loro terra, e loro che diventavano terra stessa per i loro figli assumendo le forme di un….. lo scrivero’ dopo.

Viaggio in auto verso la Costa Atlantica Nord. Dopo esserci imbattuti in 3 uomini, in stretta sequenza, per fare non più di 500 metri , il cui scopo era accompagnarci verso l’auto che ci avrebbe condotti al villaggio, (sembrava di essere tornato bimbo, giocando al ctelefono senza fili) sentivo il vento caldo del deserto che entrava nei pori chiusi della mia pelle, facendoli dilatare all’improvviso.. era come sentire che qualcosa ti entrasse dentro creandoti uno strato di epidermide nascosto. , Abbiamo caricato le valigie in auto e lasciandoci alle spalle l’aeroporto, notavo le dune di sabbia che evaporavano granelli sulla spinta del vento. Sulle nostre teste, la capitale Dakar agiva come un luogo “metafisico” ed irragiungibile, ricordata dai tanti cartelli stradali e dalla direzione del’autostrada asfaltata che andava verso la sua traiettoria, e non verso quella che stavamo imboccando noi. Eravamo diretti verso Thiès, secondo centro abitato della provincia della capitale per poi di li’, seguire verso il nostro villaggio a pochi chimoletri dall’Atlantico. Con alla guida un autista senegalese, e soltanto alla fine del viaggio ho capito il perchè. I primi 40 minuti di viaggio, in attesa di arrivare verso questa città, sembrava di solcare terreni lunari tra sabbia e pietre coloro ocra, un cielo terso ma color seppia, come fossimo in un film di Peckinpah, ma con al posto dei faggi, la stentorea bellezza dei baobab, geometrie frattali disegnate da una mano invisibile. Ed eccoci entrare in questa città, fatta di case basse, cortili che erano magazzini improvvisati, muri con murales colorati, quasi fossero delle bande dessiné. Ma la cosa che subito colpisce è il brulicare di ragazzi, bimbi, donne e uomini giovani, a piedi, di corsa, con bici, calessi trainati da asini, cosi come autentici “stormi” di motociclette che ti sfrecciavano a meno di 10 cm dalla scocca dell’auto. Saranno stati 20 minuti di adrenalina pura, seppur separati da vetro e alluminio, ancora una volta da cotanto tornado di energia. Ammiravo piazze trasformate in campi di calcio, con ragazzini che sgambettavano furenti dietro una palla, e bimbi più piccoli che correvano in parallelo ai bordi di quei campi improvvistai, mentre una motocicletta sembrava voler entrare nella portiera anteriore ad uno stop non rispettato, dove il mio collega indiano, seduto, scosso da fifa fottuta, lanciava una bestemmia (credo) in hindy al centauro sorridente e con occhiali da sole vagamente anni ’80. In quel momento mi sono venute in mente due cose: una vissuta tanti anni fa alla stazione dei treni di Recoleta, a Buenos Aires, nelle feste natalizie (e quindi per loro estive) e come seconda una scena della serie TV: “La meglio gioventu'”, quando lo psichiatra interpretato da Lo Cascio dice ad un suo potenziale assistito: “c’è troppa vita nei giovani, troppe cose da scoprire per farsi abbattere”. E sia a Thiés in Febbraio, sia in quel lontano 2006 a Baires, sentii addosso la valanga della vita che esplode e ti viene addosso travolgendoti: la troppa vita, le troppe cose da scoprire… una vera tempesta energetica che un’umanità giovane puo’ sprigionare in maniera tanto incontrollata quanto travolgente.

E cosi’ dopo esserci lasciati alle spalle la città, abbiamo seguitato il nostro viaggio su strade sterrate, polverosa, sempre più strette e polverose, attraversando villaggi, mercati improvvisati con ogni tipo di cianfrusaglie, donne con ceste in testa che si affacciavano ai finestrini delle auto in fila, per vendere qualcosa. Ed io ero li’, in quell’auto come un fantasma, invisibili ai loro occhi bianchi come l’avorio, alla loro pelle d’ebano, ai loro vestiti sgargianti di colori, alle trecce dei loro capelli. Come ero invisibile ai bimbi che correvano lungo quella strada, su marciapiedi sfatti, tra pecore, capre e cani che girovagano spaesati, in un luogo che sembra essere sospeso nel tempo e nella storia, oltre che per geografia.

Fabbrica: I giorni sono strascorsi lunghi e lenti tra slide, planimetrie, diagrammi. E’ stata una esperienza alquanto singolare e inglobante. Vi era la presenza di un vero e proprio uditorio di persone, a partire dal direttore di stabilimento (non sempre presente per ovvi motivi di gestione della fabbrica), ai vari responsabili di funzioni di stabilimento fino ad alcuni operatori senior di impianto, passando ovviamente per gli ingegneri, gli unici in realtà con cui dovevamo interloquire . Non era la prima volta che partecipavo a revisioni tecniche di questo tipo, ma mai avevo partecipato a riunioni di tipo “plenario”, con una cosi’ alta partecipazione in numero e di opinioni. Sembrava di essere in una seduta plenaria di un qualche ente. Ad aggiungere entropia, il fatto ancora piu’ divertente che gli ingegneri della fabbrica, erano indiani. Il che ha significato esplicare tutto quello che c’era da spiegare sia in francese, sia in inglese (dato che gli operatori non parlavano in massa l’inglese, e gli ingegneri indiani pur avendo imparato il francese, non possedevano un bagaglio di francese tecnico sufficiente a spiegare alcune parti della documentazione). Ma non finiva qui (cit. Corrado)… una cosa ancor più simpatica si aggiungeva dopo le 18h, dopo circa 9h di sedute ai limiti della psicanalisi di gruppo. Un loro dirigente (responsabile di produzione), appellato sempre con il dottor davanti al suo cognome, si materializzava nella sala a quell’ora e si riprendeva tutto da capo. Era un uomo di oltre 50 anni, sicuramente con almeno 25 anni di esperienza nel sito. Si presentava con un look molto europeo: occhiali da esistenzialista francese, polo dai colori pastello, pantaloni e scarpe di tela, sembrava scendesse da un ferry appena attraccato all’Isola d’Elba. Piglio autorevole ma non autoritario, rispettato per la sua competenza e per le sue conoscenze di chimica ed ingegneria. L’ultima sera, al nostro congedo, durante la cena che la ditta ci ha offerto presso la loro mensa, ho scoperto da lui medesimo, che negli anni di gioventu’ aveva studiato in una delle più importanti scuole di ingegneria francese, ragion per cui mi si spiegavano alla fine tante cose sul suo look e sulle domande alquanto speculative in revisione… un dandy dell’ingegneria, responsabile di produzione in quel del suo paese, rispettato come una specie di guru, notando inoltre dai suoi gesti e dalle sue parole, il senso di responsabilità che questo uomo aveva, nell’esercizio delle sue funzioni. Una responsabilità non solo verso l’azienda, ma verso un territorio, in cui quella azienda opera ed in cui è una delle poche realtà industriali che forniscono lavoro.

Socialità. Grazie al cielo, nel momento più luminoso e caldo della giornata, si interrompevano queste sessioni fiume per andare a pranzo. Si attraversava un pezzo di fabbrica, per giungere in una sala, tutti insieme, come fosse una processione della Settima Santa, ma senza statue e pranzare. Il profumo del cibo speziato era inebriante. Verdure, carni di pecora. Ci si serviva da soli, in self-service, mentre alcuni, più religiosi, si fermavano in un angolo per pregare e aggregarsi con qualche minuto di ritardo. Ci si sedeva lungo una tavolata in circolo, in modo che tutti si potessero parlare con tutti. Ho chiesto al Project manager della ditta, se era una cosa fatta per noi, lui mi ha detto che no, qui si usa cosi’.. quando si è in tavola, bisogna che ci si guardi tutti in faccia, per potersi parlare. L’ultimo giorno, dato che tra i tre ero quello che se la cavava meglio nelle due lingue, mi è toccato fare il ringraziamento per la loro ospitalità e la bontà del loro cibo. La reazione ricevuta in cambio è stata toccante. All’unisono ho visto 30 persone alzarsi in piedi, inclinare il capo verso il basso e con un segno delle mani congiunte ringraziarmi per le parole spese.

La sera, dopo il lavoro, il caldo, il dover mediare tra 30 persone, quando in un altro posto in Europa avremmo mediato al massimo con 5, fatta una doccia di acqua tiepida, cadevo sul letto distrutto. Sentivo i suoni e la musica provenire dal villaggio, le urla dei bimbi, i canti di festa, e i clacson delle motociclette. Era come addormentarsi sparandoti un pezzo dei Metallica come ninna nanna, ma suonato senza distorsione alle chitarre. Nel mezzo della notte, quando la frescura dell’oscurità arrivava nella mia stanza, ammiravo quel cielo lontano e quella macchia di latte nel cielo… Chiudevo la finestra e sapevo che di li’ a poche ora il muezzin avrebbe iniziato a cantilenare nel suo altoparlante, e dopo un’ora le campane di una chiesa vicina avrebbero suonato le 6.30. L’ora in cui in quell’angolo di Africa, l’energia si trasforma, con un’entropia sempre più crescente. E io, seppur come un fantasma invisibile tra quell’umanità, avrei dovuto farmi da loro travolgere.