Ero indeciso se scrivere un post sulle elezioni. In 14 anni di blogging non ho mai commentato risultati elettorali di alcun tipo, dato il fatto che è un esercizio ampiamente svolto in Italia e a valle del quale non si sa mai chi ha vinto, a meno di prendere in mano i crudi numeri assoluti, non le percentuali, e confrontarli con i nudi numeri delle omologhe elezioni della tornata precedente.

Ero indeciso, anche perchè la politica è un argomento divisivo, uno dei tanti, specie dopo 2 anni di pandemia e dopo una gestione molto criticata e criticabile nel primo governo, non di molto migliorata nel secondo (molti dimenticano comunque che la situazione da gestire era ai limiti del grottesco per via di 30 anni di smantellamento del sistema di salute pubblico, soprattutto in una regione in particolare). Molto più semplice ed accomodante scrivere di libri, film, musica, storie personali divertenti che ti fanno imbarcare qualche decina di like ed encomi vari, senza pero’ entrare in un minimo di confronto e di scazzi. Per carità, scrivere di libri, dischi, film è una cosa gratificante, divertente, amena che continuero’ a fare (e a leggere in chi continuerà ad esercitarla), ma stavolta mi va di parlare di altro.

Prima di andare alle elezioni, vorrei fare un piccolo inciso sulla divisività. Questa estate ho avuto la ventura di notare che oggi, anno di grazia 2022, persino parlare di Piero Angela, qui su un blog in lingua italiana, che ha il solo intento di scambiare quattro chiacchiere, è diventato divisivo, arrivando a scontrarmi verbalmente, dapprima con una blogger che reputava gli italiani un bel po’ più stupidi e molto più ignoranti data la scomparsa del giornalista torinese, e poi con un’altra blogger, che mi vedeva come un plagiato dal di lui pensiero (non mi ero mai accorto del fatto che Angela fosse un filosofo o un predicatore, indice che molto probabilmente o io fossi effettivamente plagiato o che in entrambi i casi, anche un giornalista professionale e serio come Angela, possa essere visto come un guru religioso, con la sua schiera di adepti e con la sua schiera di detrattori…. una cosa ai limiti dell’assurdo) dato che gli avevo dedicato un post e lo avevo elogiato per essersi sobbarcato, senza grandi emuli, 40 anni di divulgazione scientifica, in un paese che preferisce spesso, sia nei substrati popolari, ma con maggior colpe nelle sue élite, anche governative, visioni magiche, consolatorie e spesso cazzare della realtà, suffragate da tanti sofismi retorici.

Ma tant’è, a volte nella vita bisogna cada tanto prendere una posizione. Pertanto vado alle elezioni, cercando di dare da un punto di osservazione esterno (da estraneo ai media televisivi italiani e alla frequentazione del territorio) una “parzialissima” lettura dei numeri (che si possono scaricare con estrema facilità dal sito governativo “eligendo”) e di quanto ascoltato dai miei tanti amici, sparsi per penisola e isole, da Nord a Sud, in metropoli, città e province.

Il dato che più balza agli occhi, visto dal Belgio (dove chi non vota rischia una ammenda amministrativa) è il dato dell’astensione. Visto in percentuale suona un numero come tanti, ma cerchiamo di andare ai numeri assoluti. La % di astenuti del 36,2%, si traduce in 16,7 milioni di elettori (una numero che si equipara alla popolazione totale di circa 4 regioni italiane di medie dimensioni, in termini demografici, come Emilia Romagna, Piemonte, Puglia e Toscana). Il numero diventa ancora più impressionante, se si considerano anche coloro che hanno votato schede bianche e nulle (a mio avviso restano 3 scelte diverse, ma che portano più o meno al medesimo risultato) oltrepassando 18 milioni su 46 milioni di elettori. Un numero devastante. Leggendo i dati regione per regione, e confrontandoli con quelli del 2018, una cosa che ho trovato interessante è stata che, il dato di astensione è facilmente correlabile alla perdita dei voti dei 5S. Prendiamo un esempio.

In una regione come l’Emilia Romagna, dove l’astensionismo è stato più contenuto che in altre regioni (e dove lo è da sempre), esiste comunque un calo di votanti rispetto al 2018. Andiamo ai votanti alla Camera, sia nel 2018, sia nel 2022 della regione .

Nel 2018 il CSX prende 780mila voti, il CDX: 840mila, i 5S: 700mila. Nel 2022 va invece in questo modo: il CSX: 830mila, il CDX: 900mila, I 5S: 230mila voti.

Il quadro, si ripete, con la variante Azione, più o meno regione per regione. Centrodestra (tra l’altro composto dagli stessi partiti) e centrosinistra prendono piu’ o meno lo stesso numero di voti, salvo qualche smottamento verso destra, ma lieve. Il Movimento cinque stelle, anche li dove è riuscito a prendere più voti nella tornata precedente e nella attuale, perde i suoi voti in valore assoluti nelle due tornate più che dimezzandoli.

Se si unisce questo dato al fatto che il centrodestra ha preso più o meno 12 milioni di voti, come la volta precedente, e il centrosinistra attuale con la lista di Renzi-Calenda insieme nel computo (anche se non in coalizione), più o meno gli stessi voti che nel 2018, si configura a mio modesto avviso una situazione molto di stallo della società e della politica italiana che vota e si specchia oramai in blocchi fissi, a seconda della sua appartenenza a determinate categorie.

Il centrodestra ha un elettorato consolidato che si sposta da un partito all’altro, ma sempre nella stessa coalizione. Non ho i dati dei famosi flussi, ma sono fortemente propenso a credere che con molta probabilità il travaso di voti ci sia stato da Forza Italia e Lega verso Fratelli d’Italia. La coalizione di centrosinistra passa da 7,5 a 7,3milioni di voti, il che lascia intendere, che tranne il parziale travaso di voti dal PD verso Azione, anche qui, parliamo di un blocco abbastanza solido da un’elezione ad un altra i cui voti si muovono da un partito minore ad un altro o verso il partito maggiore. L’astensione in generale è stata più marcata nelle regioni del Centro Sud, dove la passata tornata i 5S avevano ottenuto i loro maggiori risultati, ora dimezzati in valore assoluto.

E qui veniamo alle conclusioni personali, sulla base dei numeri e di quanto ascoltato dai miei conoscenti.

Esiste un’Italia frammentata e che viaggia ognuna per i fatti propri.

  1. L’Italia delle famose partite IVA, delle piccole e medie imprese, del commerciante, dell’artigiano, dell’operaio (che tra i tanti elencati non possiede partita IVA). Risiede in provincia e maggiormente a Nord. Vota oramai da decenni a chi propone slogan semplicistici (e spesso da populismo straccione in stile America Latina) a problemi complessi, e che da un trentennio prospetta rivoluzioni fiscali e poi al massimo adatta qualche tassa qui e là per tenere contento questa o quella fetta di elettorato. Spesso si sente rappresentata dal centrodestra più per un rifiuto di votare a sinistra per motivi che sarebbero lunghi da enumerare, ma che possiamo riassumere cosi’: è gente che non voterebbe mai un esponente del centrosinistra da cui si sente vista con la famosa, celebre e a mio avviso anche denigratoria espressione di analfabeta funzionale. Non credo sia facile votare qualcuno che ti guarda come un evasore, un troglodita e tendenzialmente come un ignorante.

2. L’Italia del famoso apparato statale, parastatale ed industriale di grande taglia, e che spesso ha un titolo di studio medio alto. Gli elettori sono per lo più dipendenti pubblici o lavoratori dipendenti in posizioni di quadro o dirigente nel privato, ma più spesso nelle aziende di stato o che con lo stato ci lavorano. Il suo elettorato è trasversale per geografia, meno per toponomastica. Aumenta liddove ci sono centri universitari, miete voti nelle famose ZTL di Milano ed ancora per poco di Torino, Roma e Genova. Raccoglie un voto storico nelle roccaforti di Emilia e Toscana, consenso sempre più eroso, anche li, elezione dopo elezione. Il PD raccoglie oggi 5,7milioni di voti, più o meno quanto ne prendeva un partito che non spicco’ mai il volo nella prima Repubblica (come consensi), come il PSI nel 1987, non di certo come il PCI che sfondava quasi sempre quota 10milioni. Il nuovo partito di Renzi-Calenda che doveva erodere voti a destra, alla fine li ha segati al centro sinistra. Anche loro per piglio, un po’ meno per proposte, si sono messi in scia PD. Non hanno eroso voti a Forza Italia, pur imbarcando mezzo partito che fu e appena terminate le elezioni, con le loro boutade, hanno dimostrato che erano una versione un po’ più briosa e sgarrupata del grigio e plumbeo partito di apparato statale e parastatale che è il PD.

3. L’Italia delle periferie e del Sud in particolare. E’ una fetta di paese che aveva riposto nei 5S una ultima o penultima speranza nel 2018. E’ un paese tagliato fuori per infrastrutture (il Sud, ma anche nelle periferie delle grandi città del Nord), presenza dello stato (Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna in particolare), dove ritardi economici e sociali dal resto del paese, sono diventati oramai incolmabili e che possono segnare indelebilmente il destino di un suo abitante a prescindere dalla sua volonta’. Al Nord, specie in quelle zone che una volta erano bacino di raccolta delle emigrazione del meridione e che ora sono un emblema della desertificazione del tessuto della grande industria, ora sembra di vivere in una delle tante zone abbandonate del Sud. Il colpo di coda della campagna elettorale di Conte, che ha presenziato nelle regioni meridionali citate, ricordando il reddito di cittadinanza ottenuto dal suo partito, mi sembra abbia evitato una astensione che sarebbe potutta essere ancora più alta. E’ una fetta del paese che si sente sempre più abbandonata, su cui si scaricano spesso, specie nelle periferie del Nord, il peso dell’immigrazione e che tendenzialmente, quando non ha votato 5S, ha evitato di votare. La sua lontananza dal centrosinistra è siderale, quella dal centrodestra è andata aumentando negli anni, specie dal 2011, quando chi li votava al Sud, si è reso conto di essere stato trattato solo come bacino elettorale sia nelle elezioni del 2001, sia in quelle del 2008 e poi chi si e’ visto si e’ visto.

A queste tre italie, si sommerebbe quella degli italiani all’estero, composta da 4,7milioni di votanti, di cui 2,5 milioni in Europa, in questo caso con una percentuale di emigranti 2.0, che ha deciso in larghissima parte (il 70%) di non guardare al paese da cui sono andati via, ricambiando il disinteresse mostrato prima dal paese di origine come proposte di vita e lavoro e poi per disinteresse della classe politica nella attuale tornata elettorale.

Questa l’analisi dei numeri con qualche parere a latere. Ora qualche considerazione personale in chiosa.

Visto dalle piovose colline valloni, usando per lo più i giornali on-line del celeberrimo “mainstream”, la campagna elettorale sembra essere stata sovrastata da Calenda, che ha avuto sui giornali on-line, lo stesso trattamento che avrebbe avuto dai giornali paraguayani, un papa argentino in visita ad Asuncion. Alcuni blogger, ed anche parecchi conoscenti in Italia, al quarto talk settimanale su la7 con il nostro che concionava in tono Macron (come al solito, essendo uno della generazione X, ha qualche difficoltà nella comprensione dei contesti, forse pensava di essere candidato all’Eliseo?) hanno iniziato a sognarlo la notte. Il voto ottenuto, permetterà al suo socio di fare quello che ama di più fare. Tramare per far cadere governi e crearne di nuovi come un D’Alema qualunque (non a caso il suo bersaglio principale nell’era geologica della “rottamazione”).

Il PD visto di qui sembra abbia persino evitato di fare campagna elettorale. Oramai credo abbia assorbito la massima che per andare al governo, una delle tante e remote possibilità sia quella di vincere le elezioni.

A sinistra, tranne che alleanze minori, hanno deciso di andare ognuno per i fatti propri. Evidentemente vincere non era un’idea contemplata, neanche per conquistare una trentina di collegi uninominali nell’Italia Centrale.

Non ho seguito cosa abbia detto di mirabolante la Meloni per rubare cosi tanti voti ai suoi alleati. Credo avrebbe potuto parlare anche di un torneo di subbuteo fatto a 17 anni. Il bacino dei 12 milioni di cui sopra del suo blocco, le avrebbe tributato sempre e comunque la valanga di voti presi, dato che i suoi due alleati, nelle figure dei due leader, se la passano, per motivi diversi, male in arnese. La gestione della pandemia e il malcontento creato, con il suo partito sempre all’opposizione, credo sia stato un viatico molto forte per racimolare consenso nel suo elettorato di riferimento. Onestamente non ho idea di chi saranno i suoi ministri, specie in campo economico. Restano tanti punti interrogativi sulla sua politica interna o internazionale e sulla tenuta della coalizione.

Il M5S, oramai abbandonato al suo destino dai suoi deus ex machina, ha cercato di evitare la debacle, perchè Conte è andato a battere la grancassa, li dove il reddito di cittadinanza ha avuto più peso. Il fatto di aver avuto degli scappati di casa in posizioni di prestigio e responsabilità per cinque anni, non ha evitato comunque un suo dimezzamento elettorale. Dato che si temeva la quasi sua scomparsa, credo che il risultato ottenuto possa essere preso come quei risultati del Partito Repubblicano nella prima Repubblica: andati meno peggio di quanto si pensava. Viste le sortite di Marattin e soci il giorno dopo su Conte e sul reddito di cittadinza, si capisce bene, come il centrosinistra nel suo intero arco, di parlare alla fetta di paese a cui ha parlato Conte, non ne abbia la benchè minima voglia. Ognuno in Italia ha il suo elettore medio, il suo bacino elettorale, ma soprattutto il suo controelettore tipico.

Di capacità di visione dell’insieme non c’è traccia. Sulla strada della peronizzazione, in discesa.

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