Si possono leggere migliaia di libri nella vita ma alla fine di romanzi (o saggi) che ti restano dentro, fin nelle cellule, che vibrano con qualche parte di te che neanche sapevi di avere, ce ne sono non più di 7 o 8. Nel tardo inverno del 2011, mentre dal cielo di London cadevano sulla terra diversi centimetri di neve, in un sabato qualunque, un sabato canadese, la neve mi soprese mentre passeggiavo nella biblioteca della Western University tra i corridoi e gli scaffali dedicati ai libri in lingua italiana. La danza della realtà volle che mi imbattei nel libro “Napolitan Graffiti” di Raffaele La Capria. Era un libro che sbuco’ tra le migliaia presenti sugli scaffali, come fosse acceso da una luce. Lo presi tra le mani senza pensarci due volte e passai subito al banco per la registrazione, colto da istintiva trepidazione. Nei 20 minuti di bus che dal campus mi portavano a casa, ricordo che lessi diverse pagine, divorandole e finendo in un cortocircuito spazio temporale che dal Canada mi portava in chissà quali angoli della memoria e dell’Italia. Collage di racconti, pensieri, aforismi, divertissement sul Mediterraneo, sul Sud, su Napoli, sulla storia di quello che fu il 1799 e di come purtroppo non andò, su quello che è/era/sara’ il Sud e non solo. Un ritratto a colori pastello (passione) e ad acqua (emozione) con tanta nostalgia ma anche tanti interrogativi duri ed amari… sospeso in un tempo indefinito pertanto sempre attuale. Quello che mi colpi’, fu che nonostante passione ed emozione, La Capria era chirurgico nelle sue analisi razionali… di una chiarezza devastante.

Qualche giorno fa, Raffaele La Capria, alla soglie dei 100 anni ha deciso di lasciare questo mondo e di tuffarsi nel mare dell’indefinito, cosi’ come da piccolo, da Palazzo Donn’Anna, a Posillipo, ascoltando le onde del mare, dalle mura della sua stanza, decideva che una “Bella giornata” sarebbe fiorita, tuffandosi nel Mar Mediterraneo che si rifletteva visivamente e sonoramente nel suo angolo intimo e personale, li’ incastonato in quello splendido palazzo.

Grazie a quella metafora ben espressa e riassunta in quelle pagine e alle sue analisi storiche e simboliche di Napoli e per estensione del Sud, capii che nella vita bisogna prima o poi diventare adulti oltre che crogiolarsi della luce e dei colori, belli, magari bellissimi, che ci sono stati dati in grazia di ricevere, per opera del caso, di Dio, o della loro commistione. Assumersi il peso delle responsabilità, prima di tutto nei confronti di sè stessi, poi delle persone prossime che con te condividono un pezzo di strada, poi infine come cittadini, capendo il senso della storia e dei destini e di come “i mondi” che ci circondano nella storia si posizionano, e magari cercare di intervenire per almeno scalfire le traiettorie e le accelerazioni del proprio tempo. Capire che i luoghi in cui siamo nati e in cui abbiamo le radici, al di là delle “belle giornate” andate, sono il nostro centro ma allo stesso tempo non lo sono per tanti altri. Tra quelle pagine vi era l’invito, da parte dello scrittore partenopeo a creare coscienza di sè e come cittadini, evitando di cadere nei clichè, nella permalosità di pancia, nell’attaccamento al territorio, alla terra, alle proprie radici a mo’ di mitile… vivendo una vita da sanguisughe buone solo a lamentarsi e a prendersela di netto, quando qualcuno da esterno, ci fa notare degli errori o differenti prospettive su luoghi e storie che sono filtrate dalla nostra memoria, molto spesso.

Qualche mese dopo la lettura di questo libro, decisi di rivedere alcuni film in cui La Capria aveva partecipato come sceneggiatore: “Uomini contro” e “Cristo si è fermato ad Eboli”, pellicole che ad ogni buon cuore reputo pezzi fondamentali della mia formazione umana. A distanza di anni dalla loro visione, ammetto che vi è un forte rammarico. Li avessi capiti meglio, di piu’ e prima, molto probabilmente alcuni errori di valutazione di esseri umani e scelte approssimative, non le avrei compiute.

Addio ad un grande maestro. Che la terra gli sia lieve in questo ultimo tuffo.